giovedì 8 ottobre 2020

A 30 anni dalla riunificazione: un confronto sulla convergenza regionale in Germania e in Italia

Nel corso dei tre decenni successivi alla caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989 la Germania ha gestito con successo un percorso di riunificazione, avviato il 3 ottobre 1990 con l’incorporazione nella Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest) dei territori della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est) costituiti in cinque nuovi lander: Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Brandeburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia. Il percorso di riunificazione ha richiesto un ingente sforzo alla macchina statale tedesca che, nella prima metà degli anni Noventa del XX secolo, ha ampliato il deficit di bilancio che è arrivato fino al 9,4% del 1995, 2,4 punti più ampio del 7,0% della media UE a 15. Nella seconda metà degli anni Novanta il deficit si riduce e nel 2000 il bilancio statale tedesco torna in positivo. Sale la pressione fiscale, con le entrate del bilancio che passano dal 43,2% del PIL del 1991 al massimo storico del 46% nel 1999.

Dalla riunificazione si è osservato un accentuato processo di convergenza tra Est e Ovest della Germania – che valutiamo sia in termini di PIL complessivo che in termini di PIL pro capite – e che mettiamo a confronto con quello registrato tra regioni del Mezzogiorno e del Centro Nord d’Italia.

Nel 1991 il Prodotto interno lordo dei cinque lander della ex DDR, valutato a prezzi correnti, pesava l’11,6% del PIL della ex Repubblica Federale Tedesca; dopo un decennio, nel 2000, il rapporto sale al 17,6% per stabilizzarsi successivamente e collocarsi al 17,8% nel 2017.

In parallelo a questo favorevole andamento nella maggiore economia europea si osserva la mancata convergenza per le regioni del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1991 il PIL delle regioni meridionali era pari al 33,5% di quelle del Centro Nord; nell’arco del successivo decennio tale rapporto scende progressivamente per arrivare al 32,1% nel 2000. Nel corso del XXI secolo il peso del PIL delle regioni meridionali si riduce ulteriormente, arrivando al 29,0% nel 2017.

Nel 1991 il PIL pro capite nei territori dell’ex DDR era il 46,7% di quello rilevato nei territori dell’ex Germania Ovest; nel 2000 il rapporto sale al 66,3% e nel 2017 arriva al massimo del 73%. Nel Mezzogiorno, all’ inizio degli anni Novanta del secolo scorso, il PIL pro capite era il 59,1% di quello delle regioni del Centro Nord, nel 2000 il rapporto scende al 56,7% e nel 2017 si ferma al minimo storico del 57,7%.

L’analisi delle statistiche storiche di Daniele e Malanima nel paper ‘Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)’ evidenzia, tra l’altro, che “divari rilevanti fra regioni, in termini di prodotto pro capite, non esistessero prima dell’Unità” e “che si siano aggravati di nuovo in seguito alla riduzione dei tassi di sviluppo dell’economia dai primi anni ’70 in poi”.

Un contributo alla riduzione del divario Nord-Sud nel nostro Paese può arrivare da un modello di sviluppo sostenibile in grado di liberare le risorse del sistema di micro e piccola impresa diffuso nel Mezzogiorno il quale, negli ultimi anni, ha mostrato un particolare dinamismo. Come sottolineato, infatti, nel Rapporto ‘Evidenze sul sistema di piccola impresa nel Mezzogiorno’ predisposto per la Convention Mezzogiorno 2019 di Confartigianato tenutasi a Matera il 17 e 18 ottobre 2019 – clicca qui per scaricarlo – nell’arco del triennio di ripresa 2014-2017 l’occupazione delle piccole imprese del Mezzogiorno è salita del 6,0%, un ritmo più che doppio del +2,6% rilevato nel Centro-Nord.


RAPPORTO PIL PRO CAPITE MEZZOGIORNO-CENTRO NORD 
E EX DDR/EX GERMANIA OVEST

1991, 2000,2010, 2017, valori %, PIL a prezzi correnti – Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat, Commissione europea ed Eurostat
 

giovedì 6 febbraio 2020

Eurispes - Rapporto Italia 2020: Il Mezzogiorno al di là delle fake news

Spiega Gian Maria Fara, Presidente dell'Eurispes: «Sulla questione meridionale, dall'Unità d'Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d'Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell'informazione – ha alimentato questa deriva. All'interno di questo Rapporto si trova una descrizione della vicenda meridionale ricca di dati e di informazioni prodotti dalle più autorevoli agenzie nazionali ed internazionali che certificano come siamo di fronte ad una situazione letteralmente capovolta rispetto a quanto comunemente creduto».


Nel 2016 lo Stato italiano ha speso 15.062 euro pro capite al Centro-Nord e 12.040 euro pro capite al Meridione. In altre parole, ciascun cittadino meridionale ha ricevuto in media 3.022 euro in meno rispetto a un suo connazionale residente al Centro-Nord. Nel 2017, si rileva un'ulteriore diminuzione della spesa pubblica al Mezzogiorno, che arriva a 11.939 (-0,8%), mentre al Centro-Nord si riscontra un aumento dell'1,6% (da 15.062 a 15.297 euro). emerge una realtà dei fatti ben diversa rispetto a quanto diffuso nell'immaginario collettivo che vorrebbe un Sud "inondato" di una quantità immane di risorse finanziarie pubbliche, sottratte per contro al Centro-Nord.


Dal 2000 al 2007 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le Regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale.


Se della spesa pubblica totale, si considera la fetta che ogni anno il Sud avrebbe dovuto ricevere in percentuale alla sua popolazione, emerge che, complessivamente, dal 2000 al 2017, la somma corrispondente sottrattagli ammonta a più di 840 miliardi di euro netti (in media, circa 46,7 miliardi di euro l'anno).


Il Prodotto interno lordo al Nord Italia dipende molto poco dalle esportazioni all'estero e per grossissima parte invece dalla vendita dei prodotti al Sud, il quale a sua volta nei confronti dello scambio di prodotti con il Nord Italia mostra valori in perdita di diversa gravità.


La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia, tutta a vantaggio del Settentrione è resa possibile, paradossalmente, proprio da quei tanto discussi trasferimenti giungenti da Nord a Sud, come frutto delle tasse pagate dal Settentrione. Se questi ultimi infatti fossero oggi annullati o semplicemente ridotti, il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, subendone le conseguenze peggiori.


A conti fatti, a fronte dei 45 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord compiendo il percorso inverso.


«Dunque, ogni ulteriore impoverimento/indebolimento del Sud si ripercuote sull'economia del Nord, il quale vendendo di meno al Sud, guadagna di meno, fa arretrare la propria produzione, danneggiando e mandando in crisi così la sua stessa economia». Conclude il Presidente dell'Eurispes.




Fondi utilizzati: al Sud performance migliore della media nazionale


I programmi di sviluppo regionali (e anche quelli nazionali) che si avvalgono del Fondo Sociale Europeo (FSE) e del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) per il ciclo 2014-2020, hanno potuto disporre di una dotazione di ben 35,5 miliardi di euro totali, stanziati per il 60% dal budget europeo e per il resto dal cofinanziamento nazionale.


Alla fine del 2019, le Regioni italiane hanno speso in totale 7,4 miliardi. I progetti investono un ammontare complessivo di 25,8 miliardi di euro, cioè il 69% del totale dei vari programmi regionali (IFEL, 2019).


Le regioni in ritardo di sviluppo (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) registrano una spesa che è mediamente minore di quella media nazionale (18% contro 23%). Tuttavia, se consideriamo gli impegni di spesa, le stesse Regioni raggiungono in media il 72% dell'intera programmazione, che è un dato più alto del 3% rispetto alla media nazionale. Questi dati smentiscono una performance peggiore di queste Regioni rispetto alle altre. Diverso, invece, è parlare dell'efficacia della spesa, cioè dell'impatto che questa spesa (piccola o grande) avrà sui territori.


https://eurispes.eu/news/eurispes-risultati-del-rapporto-italia-2020/

venerdì 31 gennaio 2020

Carabinieri: Gravi colpe "dell'invasore" piemontese

Sul sito Internet del ministero della Difesa che si occupa della storia dell'Arma dei Carabinieri c'è una positiva sorpresa, che riguarda l'interpretazione di alcune vicende del 1861, l'anno clou del nostro Risorgimento e dell'unificazione italiana.

Assedio di Gaeta, brigantaggio, Fenestrelle sono gli argomenti presi in esame, con efficace sintesi, nel testo. E vengono riviste alcune interpretazioni "sedute" del passato, prive di ulteriori approfondimenti. Così, il brigantaggio viene ora definito "prima grande rivolta armata" e, riprendendo i dati riportati dalla relazione della commissione parlamentare per il brigantaggio, approssimati per difetto, sono citate le cifre dei morti nelle "bande brigantesche": 5212 uccisi in combattimento o fucilati; oltre 5000 arrestati.

Onestà intellettuale dall'Arma dei Carabinieri che fu impegnata nella repressione del brigantaggio ed ebbe decine di morti nei combattimenti. Un'onestà di analisi critica che viene confermata dalla frase successiva: "La questione dell'insorgenza è stata sempre tenuta nell'ombra dalla storiografia risorgimentale. Nascoste o sottovalutate le gravi colpe dell'invasore piemontese". I termini contano: "invasore" piemontese con le sue colpe, omissioni della storiografia risorgimentale.

Nell'assedio di Gaeta, "i soldati borbonici si comportarono da eroi" ma, "anziché avere l'onore delle armi, furono inviati nei campi di concentramento di Fenestrelle e San Maurizio Canavese". A nessuno sfugge l'importanza di questo testo, perchè rivede giudizi aprioristici e chiusure - e lo fa in un sito Internet istituzionale - del passato. La storia è sempre revisione delle revisione, perchè è ridiscussione con occhi aggiornati di continuo, sulla scia di nuovi studi e riletture approfondite di documenti vecchi e nuovi, diceva qualcuno. E aveva ragione.

Va invece guardata con favore la nuova sensibilità e la volontà di capire a 360 gradi la nostra storia, dimostrata dall'Arma dei Carabinieri. 

E, per chi voglia leggere direttamente il testo, il link (sperando che a nessuno venga voglia di rimuoverlo o modificarne il contenuto) è:
http://www.carabinieri.it/arma/ieri/storia/cc-nel-900-italiano/fascicolo-2/l%27alba-del-secolo---parte-1-1861-1900-pag-2?fbclid=IwAR3VFwNFz3YnFXRVMsFDefBkYWms2BPxUc3b202x1vS-o-sXOf1WUIpiOKM

(Estratto da un articolo di Gigi Di Fiore - Il Mattino)