mercoledì 11 marzo 2015

Fondi Europei, l’economista Viesti assolve il Sud: “Troppi luoghi comuni, le colpe sono altrove…”

I ritardi della spesa dei fondi comunitari non sono imputabili al Mezzogiorno che non sa o non vuole spendere le tante risorse disponibili, ma alla lentezza nella realizzazione delle opere pubbliche». Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata all`Università di Bari, considerato uno dei maggiori esperti nello studio dell`economia del Meridione, va controcorrente in un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia. «Può sembrare strano, ma non molti hanno cercato di rispondere con precisione a questa semplice domanda. I più si accontentano di dire che il ritardo nella spesa dei fondi comunitari dipende dal Mezzogiorno. Ma se si guardano i dati contenuti nel portale OpenCoesione emerge una risposta molto più interessante. Il ritardo riguarda tutta l`Italia ed è riconducibile a una pluralità di cause: nuove e più complesse regole per l`attuazione dei programmi comunitari; una maggiore incidenza di grandi progetti infrastrutturali, la cui gestione è particolarmente complessa; i vincoli di bilancio che hanno ostacolato le capacita? di cofinanziamento statale e regionale. Non si tratta dunque, banalmente, dell`incapacità del Mezzogiorno ma di questioni più complesse e importanti. E superficiale dare la colpa al Sud. È un problema nazionale di lentezza delle opere pubbliche e non un difetto specifico del meridione. Informazioni molto utili per cercare di migliorare le cose, quantomeno nel periodo di programmazione 2014-20 che si è appena aperto».
fondi europei 2014-2020Ma non basta. «Se si suddividono gli interventi per natura (opere pubbliche e altro) e per territorio (Centro Nord e le tre aree Campania-Calabria-Sicilia, Basilicata-Puglia, Abruzzo-Molise-Sardegna) emerge che la lentezza del Sud nella spesa comunitaria è spiegata dai ritardi dei lavori pubblici rispetto alle altre tipologie di intervento. Se si prendono in considerazione, infatti, gli interventi che non rientrano nei lavori pubblici (e cioè acquisti di beni e servizi, contributi e incentivi alle imprese) a fine 2013 la velocità della spesa è uguale in tutto il Paese: le regioni del Centro Nord avevano speso il 70,9% del totale. Una percentuale inferiore rispetto alle regioni Abruzzo-Molise-Sardegna (79,8%), ma del tutto identica sia a Campania-Calabria-Sicilia (71,1%), sia a Puglia-Basilicata (70,1%). Il quadro cambia se si guarda invece ai lavori pubblici: la percentuale di spesa è molto bassa in tutto il paese, del tutto simile fra Centro Nord (44,4%) e Mezzogiorno, con l` eccezione delle regioni Campania, Calabria e Sicilia dove è inferiore (27,9%) . Il ritardo complessivo del Sud, di cui tanto si parla, dipende, dunque, dal fatto che al Sud i fondi europei vengono utilizzati soprattutto per le opere pubbliche, le quali sul totale della programmazione comunitaria 2007-2013 pesano molto di più (50%) che al Centro Nord (19,8%). I lavori pubblici cofinanziati dai fondi strutturali ammontano a 18,8 miliardi nel Mezzogiorno (circa metà del totale) e a 2,6 miliardi nel Centro Nord (circa il 20% del totale). Vi è poi un problema specifico di ritardi ancora maggiori in Campania, Calabria e Sicilia: regioni che specie all` inizio hanno avuto difficoltà notevoli nell`individuazione delle opere da finanziare».
Viesti assolve anche i Comuni: «Non sembra essere qui l`origine dei maggiori ritardi del Sud. In Sicilia la velocità della spesa dei Comuni non è bassa. L`avanzamento della spesa nel Sud è di  circa il 36 per cento contro il 38 nel Centro. In particolare, i comuni siciliani hanno speso il 40 per cento dei fondi, contro il 50 della Puglia e il 58 della Basilicata. Il maggior ritardo di Campania, Calabria e Sicilia diviene più chiaro guardando agli altri soggetti attuatori. Le province hanno risultati molto peggiori che nelle altre aree. L`avanzamento finanziario dei progetti dei grandi soggetti pubblici Rfi, per la realizzazione delle ferrovie e l`Anas per le strade, è ovunque modesto; ma nelle tre regioni in ritardo (dove valgono ben 3,5 miliardi di finanziamento pubblico) siamo al 34,2%; dieci punti meno rispetto a quanto gli stessi enti raggiungono in Puglia e Basilicata».
In sostanza, il problema è nell`incapacità di realizzare le infrastrutture. «Piuttosto che parlare di Nord che spende e di Sud incapace, bisogna concentrarsi sui lavori pubblici. Non è un problema di fondi europei, perché la progettazione delle infrastrutture è lenta indipendentemente da chi li finanzia, se lo Stato o Bruxelles. I tempi della progettazione sono biblici e spesso le imprese non sono in grado di portare a termine i lavori. Più che gingillarsi in spiegazioni anche interessate, comode solo a far destinare più soldi al Nord, conver- rebbe riflettere su queste gravissime criticità dell`intero sistema paese».
La Sicilia, lo scorso dicembre, aveva speso il 56 per cento, 2 miliardi e mezzo, del totale della programmazione. Da qui a fine anno resta ancora da spendere circa un miliardo e 800 milioni. C`è il rischio che queste somme tornino a Bruxelles? «In verità, le risorse europee perdute sono state sempre pochissime. I dati di consuntivo per il 2014 mostrano che si tratta di cifre molto contenute. Sappiamo però che le cifre da rendicontare per il 2015 sono enormi e quindi esiste un rischio concreto per la fine di quest`anno. Le regioni non stanno con le mani in mano, ma sono state avviate opere la cui realizzazione è lenta. Con il risultato che finché le infrastrutture non vengono collaudate non si può pagare alle ditte il saldo finale. Inoltre, le amministrazioni in tutta Italia ma particolarmente nel Sud non sono riuscite ad anticipare i soldi, perché il Patto di stabilità limita le spese che possono fare comuni e regioni. Siamo in un mondo schizofrenico. Da un lato si dice di spendere i fondi comunitari, dall`altro c`è il vincolo di spesa che non si può superare ogni anno. Tutti problemi che hanno contribuito a ritardare la spesa pubblica».

Fonte: www.ilsudonline.it

lunedì 15 dicembre 2014

Squilibri Nord/Sud

Suggerirei a tutti coloro che ancora credono alla favola del Nord ricco perché laborioso, che si rimbocca le maniche, in contrapposizione ad un Sud povero solo perché parassita e sfaticato, di dare un'occhiata ai dati pubblicati dall'ISTAT (qui un estratto) ed al relativo articolo del Sole 24 Ore sulla enorme e vergognosa differenza di servizi (qui il caso della Sanità) tra settentrione e meridione d'Italia frutto di decenni di investimenti statali del tutto squilibrati (vedasi i tanti grafici presentati in questo sito).

martedì 18 novembre 2014

La Banca d'Italia conferma: «Il sud il vero motore dell'economia nazionale pre-unitaria»

Che il sud fosse più ricco del nord prima dell'Unità d'Italia non è una favoletta. A confermarlo non è uno studio filo meridionalista ma l'istituzione principe dell'economia italiana, ossia la Banca d'Italia. A giocare con il pallottoliere sono Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea in un rapporto di 678 pagine appena pubblicato dalla Banca d'Italia e relativo all'industria estrattiera e manifatturiera complessiva, misurata in lire costanti a prezzi del 1911. Al momento dell'Unità d'Italia la regione con la maggiore produzione industriale era la Campania, con 39,04 milioni di lire. Un valore superiore persino di quello della più estesa e popolosa Lombardia, che si attestava a 36,83 milioni. Il Piemonte era terzo a 29,89 milioni di lire. Seguivano con valori superiori a 20 milioni di lire Veneto, Toscana e Sicilia. Se la storia è orientata dall'economia allora la nostra storia, quella che fanno ancora studiare a scuola, andrebbe riscritta, partendo da questi valori che spesso vengono occultati. Banca d'Italia, quindi, con questo studio, riconosce il valore intrinseco di un Sud capace di camminare con le proprie gambe facendo impresa e sapendo gestire il denaro in maniera oculata in tempi dove non esistenvano incentivi europei, né derrate made in Usa o Urss. Napoli, capitale economica del Mediterraneo, completamente ridotta a brandelli da una politica nazione volta a riempire le casse del nord. Difatti, nella top five delle capitali economiche d'Italia, Napoli passa dal primo posto del 1861 al quinto del 1901. Praticamente intere risorse spostate dal sud al nord, comprendo l'operazione con un colpo di spugna e deviando l'opinione pubblica con la lotta al brigantaggio. Poi ci lamentiamo se in Afghanistan, si occultano interessi economici con guerre "portatrici di democrazia". Lo studio ha anche dei nomi eccellenti in calce alla risma ricca di conti e conticini. È infatti Ciccarelli a confermare il tutto avalando lo studio con anni di esperienza come docente a Tor Vergata e Fenoaltea al collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Non sono gli ultimi arrivati, con oltre quindici anni di lavori di ricostruzione storica dell'economia italiana. «La forza industriale - si legge in una recensione comparsa sui media nazionali a amrgine dello studio - dell'Italia del 1861, va sottolineato, era nel complesso modesta, tuttavia la presenza di aree industriali in tutte le aree della penisola poteva far immaginare uno sviluppo equilibrato. Invece nel giro di pochi decenni la forza produttiva si concentrò in tre regioni (Lombardia-Piemonte-Liguria). E' interessante anche verificare cosa accadde in regioni d piccole dimensioni. Nel 1861 l'Umbria aveva una produzione industriale di 3,67 milioni contro i 4,17 della Basilicata, gli 8,87 della Calabria e i 10,28 degli Abruzzi. Ebbene la regione del centro Italia supera la Basilicata nel 1864, la Calabria nel 1887 e gli Abruzzi nel 1898. Il caso della Basilicata è clamoroso perché nel 1900 era esattamente al livello dei 4,14 milioni dai quali era partita, mentre l'Umbria era cresciuta di cinque volte. Il primato della Campania resiste solo due anni: nel 1863 – segnato dall'eccidio di Pietrarsa – la regione viene superata dalla Lombardia. Il sorpasso del Piemonte arriva nel 1881. Quello di Liguria e Toscana nel 1896. Le posizioni sono segnate e così quando la produzione industriale decolla, a inizio ‘900, gli effetti sui territori sono diversi. In Piemonte si assiste a un più 124% del valore della produzione tra il 1902 e il 1912 (da 90,12 a 201,56 milioni) e la crescita è ancora più impetuosa in Liguria (da 85,12 a 180,56 milioni) e in Lombardia (da 125,14 a 311,62). In Campania si passa da 67,78 a 142,47. In Sicilia da 49,94 a 76,29. Tutto ciò non rappresenta una novità per chi non si è fermato ai libri di scuola che parlano di un Nord industriale e di un Sud agricolo. Ma il primato della Campania non era mai stato certificato con tanta precisione». 
Snocciolando i dati ritroviamo di seguito la CLASSIFICA REGIONI PER VALORE PRODUZIONE INDUSTRIALE 
1861 

1. Campania 
2. Lombardia 
3. Piemonte 
4. Toscana 
5. Veneto 
6. Sicilia 

1871 

1. Lombardia 
2. Campania 
3. Piemonte 
4. Veneto 
5. Liguria 
6. Toscana 

1881 

1. Lombardia 
2. Piemonte 
3. Campania 
4. Veneto 
5. Toscana 
6. Liguria 

1891 

1. Lombardia 
2. Piemonte 
3. Campania 
4. Toscana 
5. Liguria 
6. Veneto 

1901 

1. Lombardia 
2. Piemonte 
3. Liguria 
4. Toscana 
5. Campania 
6. Veneto 

L'Italia che oggi abbiamo ereditato è quindi frutto dei fallimenti di chi ha voluto spostare il centro dell'economia in un'area che in passato stentava a far quadrare i conti. Volendo fare un esempio è come implementare un motore Ferrari sulla scocca di un'utilitaria. Dopo un giro di prova si rischia di rovinare sia il motore che il resto dell'auto. Ad oggi l'Italia è proprio l'emblema di scelte sbagliate costruite su soprusi e operazioni massoniche. Di contr'altare si potrebbe anche pensare a scelte economiche conformi ai tempi e di conseguenza anche evoluzioni fisiologiche che avrebbero comunque portato il sud in questo stato. Ma anche questa ipotesi è stata già vagliata anche dai due economisti, che hanno ribadito quanto sia importante la posizione strategica dei mercati campani e quindi non solo una questione di savoir-faire del Regno delle Due Sicilie ma soprattutto una concentrazione di elementi cruciali che hanno portato l'economia napoletana in vetta alla classifica. Gli economisti non hanno evidenziato, ma questo lo facciamo noi, come il processo di distruzione dell'economia del sud sia stato lungo e lancinante. Continui attacchi fatti di leggi e distrazioni di fondi, che ancora oggi lasciano il mezzogiorno ingessato rispetto alle atre aree del bel Paese. Una sorta di embargo economico che tutti i giorni si concretizza sui mercati nazionali, sia sul piano dei prodotti che su quello dei servizi. Siamo obbligati, come succedeva nel secondo dopo guerra, ad acquistare prodotti del nord, alimentando l'economia del nord e facendo passare la cosa come un normale processo economico. Nel concreto invece noi non scegliamo di acquistare ma siamo obbligati ad acquistare perché è stata eliminato ogni flusso concorrenziale proveniente dal nord. Nel concreto dopo il 1861 sull'economia meridionale si è abbattuta una rappresaglia così vasta da far concorrenza ad Hiroshima. Probabilmente questo studio sarà occultato come tanti altri già effettuati per continuare a dare ragione a chi dal nord pontifica affermando che sono loro il motore del'Italia e che il sud è la solita palla al piede fatta di politiche assistenziali e piagnistei. (fonte Banca d'Italia, IlSole 24ore, unionemediterranea)

Da http://social.i-sud.it/

martedì 4 novembre 2014

Il rapporto Svimez, il divario Nord-Sud e le leggi approvate dal primo Parlamento italiano

 Il Sud è al tracollo. Mai così male, negli ultimi 40 anni. Lo Svimez diffonde cifre da brividi: del 12,7 per cento crollati i consumi; del 4,2 gli investimenti. Solo due volte, dall'unità d'Italia in poi, al Sud ci sono stati più defunti che bambini nati. La prima volta fu nel 1867. 

Male, male, male: il divario aumenta e l'occupazione è come fu nel 1977, con 583mila posti di lavoro persi. Il sottosegretario Graziano Delrio parla di "Sud diventato la Germania dell'Est dell'Italia" e il presidente dello Svimez, Adriano Giannola, denuncia: "Negli ultimi 25 anni si è puntato solo sulla locomotiva Nord, dimenticando il Mezzogiorno".


C'è da chiedersi, parlando d'Italia, se privilegiare il Nord nelle scelte politico-economiche sia fenomeno soltanto degli ultimi 25 anni o se, per caso, il nostro non sia sempre stato un Paese nord-centrico nei suoi obiettivi di sviluppo. Il divario economico si ridusse negli anni del boom economico nei primi anni '60 del secolo scorso: lo dicono le cifre del Pil di quel periodo riportate anche dai professori Daniele e Malanima. Periodo che coincise con l'avvio della Cassa del Mezzogiorno, che significò nvestimenti e opere pubbliche in grado di trainare l'economia meridionale.


Una formula non nuova se già nel 1904, al momento dell'approvazione della legge speciale per Napoli, era teorizzata anche da Francesco Saverio Nitti. Che scriveva: "Occorre che Napoli cessi di essere città di consumi per diventare città di produzione. Niente industrie sussidiate, concessioni o forme speciali di protezione, la rinnovazione industriale non può però che avvenire in un regime speciale".


Parliamo esclusivamente d'Italia unita, parliamo delle scelte territoriali e geografiche fatte per eliminare squilibri, per armonizzare tutte le aree della penisola. E partiamo dall'inizio della nostra storia unitaria, guardando agli anni probabilmente premessa delle scelte successive. Scelte legislative, scelte economiche, scelte politiche.


Senza interpretazioni, parlano i fatti. Parlano i dati della prima legislatura, quella che cominciò il 18 febbraio 1861 e fino al 1865 vide avvicendarsi sei governi. Che volto diedero alla nazione in fasce i 443 deputati, eletti da 394.365 italiani? Tra quegli onorevoli, 192 venivano dalle regioni meridionali, 133 da quelle settentrionali, 107 dal centro e 11 dalla Sardegna. 


Oggi, Niki Vendola, governatore della Puglia, dice  che "l'unità del Paese si raggiunge con la realizzazione delle ferrovie". Se al momento dell'unità, esistevano più percorsi ferroviari al Nord che al Sud, dopo 153 anni cosa si è fatto per eliminare il divario di partenza? Logica avrebbe voluto che, da subito, già alla prima legislatura del regno d'Italia, si fosse scelto di finanziare somme maggiori di investimenti nei collegamenti ferroviari nel Mezzogiorno invece che nel resto della penisola.


E invece? Invece il quadro dei chilometri delle concessioni per opere ferroviarie dal 1861 al 1865 fornisce un insolito criterio di riequilibrio. Un quadro raccolto dal deputato della destra cavouriana Leopoldo Galeotti. Eccolo: 2937 chilometri nell'Italia "superiore", 1481 nella "media", 1805 in quella "meridionale". La somma di chilometri tra Sardegna (che fino al 1863 non aveva neanche un metro di ferrovia) e Sicilia fu di 1847.


Sempre Galeotti ci fornisce le cifre degli investimenti per le strade: 3 milioni 575367 per le "province subalpine" e 2 milioni 500763 per le napoletane. Non esistevano più le Due Sicilie, né il regno Sardo-piemontese. Era il regno d'Italia, con le sue prime scelte parlamentari. E questi sono i numeri.


Illuminanti anche alcune leggi approvate tra il 1861 e il 1865: un prestito di 500 milioni per limitare il disavanzo maturato "per costruire l'Italia". Ancora 226mila lire per il porto di Rimini. Poi, nel 1861, 8 concessioni ferroviarie nel centro-nord e due nel sud. Una delle due assai generica, fu approvata il 28 luglio: "costruzione di strade ferrate nelle province meridionali, napoletane e siciliane". Significativa la legge del 18 agosto, che istituì "succursali e sedi della Banca nazionale nelle province meridionali". Era la Banca centrale dell'ex regno Sardo-piemontese. Non fu consentita, invece, l'apertura di sedi del Banco di Napoli al nord.


Il 5 dicembre si pensò di abolire i "vincoli feudali nelle province lombarde". E poi si unificarono pesi e misure, moneta e codici secondo le regole in vigore in Piemonte prima delle annessioni. Il 1862 fu l'anno delle leggi per nuove tasse: sui biglietti ferroviari, sul registro, sul bollo, sulle società industriali, commerciali e delle assicurazioni, sulle ipoteche, sull'Università, sul bollo delle carte da gioco, sui redditi della ricchezza mobile. E poi, due anni dopo, un secondo prestito per appianare il disavanzo: stavolta di 700 milioni, nel 1863.


Questo fu il primo stampo dell'Italia unita ancora neonata. Inutile negarlo: l'impronta prevalente porta il marchio dei deputati del nord. Nei primi 20 anni d'unità ebbero il sopravvento, per una serie di ragioni che qui sarebbe lungo elencare, usi e leggi dell'ex regno subalpino. E lo ammise anche il toscano Leopoldo Galeotti, che nel suo consuntivo sulla prima legislatura pubblicato nel 1866 scriveva: "Non conviene dimenticare che il Parlamento, nella sua quasi totalità (eccettuata la parte piemontese), era composto di uomini nuovi e inesperti. Così la balia di fare e disfare rimase nella sostanza agli uomini della burocrazia. Quello che avveniva ai deputati, toccava anche ai ministri piemontesi e non piemontesi". Era l'eredità che l'Italia in fasce lasciava a chi l'avrebbe governata negli anni a venire.


di Gigi Di Fiore
ilmattino.it

mercoledì 29 ottobre 2014

Sud desertificato – La scelta del governo Renzi: azzerati trasporti, fondi europei e scuole primarie

Il Mattino, nella sua edizione nazionale, sta combattendo una battagia mediatica senza precedenti per informare la popolazione sui gravissimi decreti del governo italiano che di fatto hanno umiliato le regioni meridionali. Domenica 26 Ottobre l'editoriale di Marco Esposito raccoglieva i dati sulla ripartizione dei finanziamenti per le ferrovie contenuti nel decreto del governo "Sblocca Italia" e nella "legge di Stabilità", di questi fondi 4,7 miliardi sono destinati a opere delle regioni dalla Toscana in sù (tra cui il tunnel del Brennero, TAV in Val di Susa e terzo valico ferroviario nell'Appennino ligure) mentre solo 60 milioni (non è un errore di battitura) sono destinati a tutte le restanti regioni meridionali. Il sottosegretario PD Graziano Delrio il giorno 28 ottobre ha confermato l'azzermaneto dei finanziamenti esclusivamente alle regioni meridionali adducendo come motivazione la presenza di "rocce" lungo le tratte ferroviarie da progettare (ci chiediamo se l'appennino ligure o le alpi siano costituite da materiali non indentificabili col termine "rocce"). Delrio per l'ennesima volta declassa la sua immagine già piuttosto inflazionata con dichiarazioni ridicole e prive di senso.

Questa ennesima infame condanna all'arretratezza delle nostre regioni si somma alla sempre recente decisione del governo italiano di adottare la spesa storica per lo stanziamento dei fondi per le scuole primarie; decisione che di fatto condanna le regioni meridionali (da sempre con pochi asili) a continuare a non avere servizi simili a quelli del nord con uno scippo di 700 milioni di euro dirottati verso il settentrione. La standardizzazione della spesa avrebbe distribuito proporzionalmente al numero di bambini per regione i fondi per la loro educazione e formazione, ma non era conveniente per tutte le regioni italiane: quelle settentrionali. Anche questa volta l'Italia ha agito condannando le prossime generazione di meridionali all'emigrazione o comunque a una vita più difficile.

Infine ricordiamo il dimezzamento del cofinanziamento ai fondi europei (ma badate bene, solo per i fondi destinati alle regioni meridionali) voluto da questo governo nel mese di settembre e sempre denunciato da Marco Esposito sulle pagine del Mattino. Una porcata con la quale si riducono del 25% i potenziali investimenti europei nel Mezzogiorno venendo meno la metà dei fondi italiani che dovevano sommarsi a quelli dell'Unione Europea. Una notizia, anche questa, confermata dal sottosegretario del Partito Democratico Graziano Delrio che per la seconda volta risponde alla chiamata di giustificare il suo governo arrampicandosi sugli specchi e promettendo che quei fondi in un futuro ignoto saranno comunque destinati al Sud; l'ennesima presa in giro.

Stefano Lo Passo
Meridionalismo.it

mercoledì 6 agosto 2014

Altro furto ai danni del Sud???

Napoli. Federalismo, la beffa dei fabbisogni standard: nessun asilo in più
Marco Esposito, Il Mattino
24-Luglio-2014

Napoli - «Non soltanto la cambiamo, al di là della tecnicalità immediata». Il 14 maggio, in occasione del Forum con il Mattino, il premier Matteo Renzi era stato chiarissimo impegnandosi a cambiare la regola del federalismo fiscale che assegna un fabbisogno zero di asili nido nei Comuni senza asili nido, misurando cioè il fabbisogno sul numero di strutture esistenti e non sul numero di bambini.

Ora il momento della «tecnicalità» è arrivato. Ma tra un tecnicismo e l'altro l'impegno del premier si è perso per strada perché ieri il Consiglio dei ministri ha detto che è giusto così: il fabbisogno di asili nido nel Mezzogiorno è pari ai pochi asili aperti. Non uno di più.
 



Asili e scuole, scippo al Sud da 700 milioni
Marco Esposito, Il Mattino
30-Luglio-2014

Ora ci sono i dati. Istat e non solo. E certificano l'assurdo di adottare la spesa storica per assegnare ai Comuni i fabbisogni in materia di scuola e asili nido: una torta da 5,6 miliardi di euro che si è scelto di suddividere replicando appunto la spesa storica per asili nido, mense scolastiche, manutenzione di edifici e così via. Un vero e proprio trucco contabile che consente di sottrarre oltre 700 milioni di euro all'anno dai bisogni concreti del Mezzogiorno verso i municipi del Centronord. Il regalo più sostanzioso lo riceve Milano (79 milioni) mentre Napoli si vede sottrarre 66 milioni.