...
Il Sud rimane indietro. I segnali positivi percepiti tra la fine dell'anno scorso e questa prima parte del 2015 si fermano al Centro-Nord. "Le aree del Mezzogiorno - scrive l'Istat - si caratterizzano per una consolidata condizione di svantaggio legata alle condizioni di salute, alla carenza di servizi , al disagio economico, alle significative disuguaglianze sociali e alla scarsa integrazione degli stranieri residenti". Qualche dato: nel Mezzogiorno il reddito è più basso del 18 per cento rispetto alla media nazionale, nelle aree interne più povere la differenza sale al 30 per cento. Il che si riflette naturalmente nei consumi: le famiglie residenti al Sud spendono poco più del 70 per cento della media nel resto del Paese. Tanto che oltre un quarto della spesa nel Mezzogiorno è per i beni alimentari, di prima necessità: si arriva a quote del 28 per cento contro quote che nel Centro-Nord si fermano al 13 per cento per i livelli più alti. Infine la quota delle persone in cattive condizioni di salute è del 20 per cento al Sud e del 17,7 per cento nel Centro-Nord.
di Rosaria Amato
repubblica.it
20/05/2015
mercoledì 20 maggio 2015
martedì 19 maggio 2015
Ecco perché non è vero che al Sud la vita sia meno cara
I poveri - scriveva Esposito in un articolo sul Mattino del 30 ottobre 2013 - sono in aumento ma meno della metà vive al Sud. Parola dell'Istat. Dieci anni fa non era così: tre poveri su quattro abitavano nel Mezzogiorno. Sempre per l'Istat. Cos'è successo di così miracoloso per ridurre - rispetto al resto d'Italia - la quota di poveri meridionali? Non ci dicono, altre statistiche, che il divario Nord-Sud negli ultimi anni si è andato allargando?
Il miracolo dei poveri spariti dalle statistiche è dovuto a un calcolo errato. Ad affermarlo è il ministero dello Sviluppo economico, il quale si raccomanda di «non utilizzare i dati sui livelli dei prezzi diffusi nell'ambito dell'Osservatorio nazionale prezzi e tariffe per confronti fra le diverse città». Tuttavia l'Istat il confronto sconsigliato lo fa, con il risultato che una famiglia di tre persone che guadagna 1.000 euro al mese è considerata povera se vive in un paesino del Centronord mentre diventa agiata in una città del Mezzogiorno. E non è un problema di percentuali bensì di persone: quando si vara un sostegno ai poveri, come la Social card, con le tabelle dell'Istat il beneficio va più al Centronord che al Sud, perché 1,2 milioni di persone del Mezzogiorno sono state liberate dal peso della povertà con colpo di spugna statistico.
Per smascherare un prestigiatore occorre filmarlo e guardarne i movimenti al rallentatore. Ripercorriamo quindi passo passo cosa è accaduto sul monitoraggio della povertà, partendo dall'ultimo fotogramma. Ieri in Parlamento il presidente dell'Istat, Antonio Golini, è stato ascoltato nel corso delle audizioni sul disegno di legge di Stabilità. «Dal 2007 al 2012 - ha detto - il numero di individui in povertà assoluta è raddoppiato (da 2,4 a 4,8 milioni). Quasi la metà dei poveri assoluti (2 milioni 347 mila) risiede nel Mezzogiorno». Quasi la metà vuol dire che ci sono più poveri al Centronord che al Sud. Possibile?
Golini fa riferimento al 2007-2012, ma se fosse tornato indietro al 2002, avrebbe dovuto ricordare che i poveri assoluti erano 2,9 milioni dei quali quasi il 75% (2.165.000) residenti nel Mezzogiorno. Come mai i poveri stanno aumentando soprattutto al Centronord?
Altro fotogramma: fino al 2002 la povertà «assoluta» è stata calcolata con un modello valido in tutta Italia. Si prendeva cioè un paniere di prodotti essenziali per vivere e si verificava il costo. Per una coppia con un figlio il livello di povertà assoluta era quell'anno di 763 euro e c'erano 2,9 milioni di italiani (il 5,1% della popolazione) sotto la soglia.
Nel 2003 (in pieno governo Berlusconi-Bossi-Tremonti) l'Istat decise di calcolare le soglie di povertà su base territoriale. Si aprì una fase di studio che durò due anni e nel 2005 l'Istat tirò fuori i conteggi con parametri diversi per Nord, Centro e Sud.
Non è sbagliato entrare nel dettaglio territoriale, l'importante è farlo con metodo. L'Istat tramite i Comuni capoluogo di provincia misura da decenni il livello dei prezzi per migliaia di prodotti, con l'obiettivo di calcolare l'inflazione, cioè l'aumento dei listini. Per raggiungere tale risultato ogni messo comunale va nei negozi campione e a gennaio chiede all'esercente per ciascun prodotto qual è il «più venduto», dopo di che va a guardare il cartellino del prezzo e, mese dopo mese, scrive se il listino cambia.
I prodotti più venduti, ovviamente, non sono gli stessi in tutti i negozi italiani. Lo spiega la stessa Istat: «I prezzi elementari rilevati fanno quindi riferimento a specifiche molto diverse in termini di marche, varietà e packaging, non comparabili tra le diverse unità territoriali (capoluoghi di provincia) presso le quali viene effettuata la rilevazione». Occhio: «non comparabili». Solo che, in assenza di altre rilevazioni, per calcolare il paniere dei poveri l'Istat si accontenta dei dati che ha. E compara prezzi incomparabili per sua stessa ammissione.
Per esempio nel mese di agosto la pasta di grano duro più venduta nel più economico negozio di Milano costava 0,96 euro; a Roma 1,12 euro; a Napoli 0,78 euro. Ma si parla della stessa identica pasta? No. E c'è la controprova. La Nielsen in una ricerca (titolo: «Fare la spesa al supermercato? Al Sud costa di più») ha verificato i prezzi di prodotti identici nei supermercati italiani (120.000 beni) scoprendo che la regione più cara d'Italia è la Calabria (indice 104,60) mentre la più economica è la Toscana (indice 94,60). E la Nielsen non si è neppure sorpresa, spiegando che le differenze si giustificano con i costi logistici e con le caratteristiche della rete distributiva.
Alcuni prodotti, come gli ortaggi freschi e il pane, al Sud costano effettivamente di meno, tuttavia i beni industriali sono decisamente più cari e se il paniere Istat dice il contrario è perché misura i beni più acquistati, peraltro non dai poveri ma dall'insieme dei consumatori. Insomma: è ovvio che al Sud in media avendo meno soldi in portafoglio si fa la spesa acquistando prodotti di qualità inferiore. Ciò accade anche per gli elettrodomestici, i cui prezzi secondo le associazioni dei consumatori sono tendenzialmente più cari al Sud. Ma se si guarda non al listino più basso in assoluto bensì a quello del bene più venduto ecco che la «cucina non elettrica» inserita nel paniere Istat per i poveri costa 295 euro al Nord, 331 al Centro e 202 nel Mezzogiorno. Il televisore costa 238 euro al Nord, 183 al Centro e 171 al Sud. È lo stesso modello di cucina o di tv? No: è il prezzo del prodotto più acquistato.
Se si convincono gli italiani che al Sud la vita costa meno, sarà facile far accettare stipendi diversi per insegnanti, infermieri e carabinieri, o pensioni sociali modulate in base al presunto minore costo della vita.
I fotogrammi iniziano a definire l'accaduto e a delineare il finale, lo scopo: a che serve cancellare 1,2 milioni di poveri del Sud dalle statistiche? L'ultimo fotogramma riporta al Parlamento. Dopo l'audizione di ieri dell'Istat c'è stato un impegno dei politici a far qualcosa di concreto per i 4,8 milioni di poveri di cui 2,5 milioni al Centronord e 2,3 al Sud. Ecco, sapere che in realtà il conteggio corretto certificherebbe 1,3 milioni al Centronord e 3,5 milioni al Sud forse renderebbe il sostegno ai poveri meno necessario. (cit.)
Il miracolo dei poveri spariti dalle statistiche è dovuto a un calcolo errato. Ad affermarlo è il ministero dello Sviluppo economico, il quale si raccomanda di «non utilizzare i dati sui livelli dei prezzi diffusi nell'ambito dell'Osservatorio nazionale prezzi e tariffe per confronti fra le diverse città». Tuttavia l'Istat il confronto sconsigliato lo fa, con il risultato che una famiglia di tre persone che guadagna 1.000 euro al mese è considerata povera se vive in un paesino del Centronord mentre diventa agiata in una città del Mezzogiorno. E non è un problema di percentuali bensì di persone: quando si vara un sostegno ai poveri, come la Social card, con le tabelle dell'Istat il beneficio va più al Centronord che al Sud, perché 1,2 milioni di persone del Mezzogiorno sono state liberate dal peso della povertà con colpo di spugna statistico.
Per smascherare un prestigiatore occorre filmarlo e guardarne i movimenti al rallentatore. Ripercorriamo quindi passo passo cosa è accaduto sul monitoraggio della povertà, partendo dall'ultimo fotogramma. Ieri in Parlamento il presidente dell'Istat, Antonio Golini, è stato ascoltato nel corso delle audizioni sul disegno di legge di Stabilità. «Dal 2007 al 2012 - ha detto - il numero di individui in povertà assoluta è raddoppiato (da 2,4 a 4,8 milioni). Quasi la metà dei poveri assoluti (2 milioni 347 mila) risiede nel Mezzogiorno». Quasi la metà vuol dire che ci sono più poveri al Centronord che al Sud. Possibile?
Golini fa riferimento al 2007-2012, ma se fosse tornato indietro al 2002, avrebbe dovuto ricordare che i poveri assoluti erano 2,9 milioni dei quali quasi il 75% (2.165.000) residenti nel Mezzogiorno. Come mai i poveri stanno aumentando soprattutto al Centronord?
Altro fotogramma: fino al 2002 la povertà «assoluta» è stata calcolata con un modello valido in tutta Italia. Si prendeva cioè un paniere di prodotti essenziali per vivere e si verificava il costo. Per una coppia con un figlio il livello di povertà assoluta era quell'anno di 763 euro e c'erano 2,9 milioni di italiani (il 5,1% della popolazione) sotto la soglia.
Nel 2003 (in pieno governo Berlusconi-Bossi-Tremonti) l'Istat decise di calcolare le soglie di povertà su base territoriale. Si aprì una fase di studio che durò due anni e nel 2005 l'Istat tirò fuori i conteggi con parametri diversi per Nord, Centro e Sud.
Non è sbagliato entrare nel dettaglio territoriale, l'importante è farlo con metodo. L'Istat tramite i Comuni capoluogo di provincia misura da decenni il livello dei prezzi per migliaia di prodotti, con l'obiettivo di calcolare l'inflazione, cioè l'aumento dei listini. Per raggiungere tale risultato ogni messo comunale va nei negozi campione e a gennaio chiede all'esercente per ciascun prodotto qual è il «più venduto», dopo di che va a guardare il cartellino del prezzo e, mese dopo mese, scrive se il listino cambia.
I prodotti più venduti, ovviamente, non sono gli stessi in tutti i negozi italiani. Lo spiega la stessa Istat: «I prezzi elementari rilevati fanno quindi riferimento a specifiche molto diverse in termini di marche, varietà e packaging, non comparabili tra le diverse unità territoriali (capoluoghi di provincia) presso le quali viene effettuata la rilevazione». Occhio: «non comparabili». Solo che, in assenza di altre rilevazioni, per calcolare il paniere dei poveri l'Istat si accontenta dei dati che ha. E compara prezzi incomparabili per sua stessa ammissione.
Per esempio nel mese di agosto la pasta di grano duro più venduta nel più economico negozio di Milano costava 0,96 euro; a Roma 1,12 euro; a Napoli 0,78 euro. Ma si parla della stessa identica pasta? No. E c'è la controprova. La Nielsen in una ricerca (titolo: «Fare la spesa al supermercato? Al Sud costa di più») ha verificato i prezzi di prodotti identici nei supermercati italiani (120.000 beni) scoprendo che la regione più cara d'Italia è la Calabria (indice 104,60) mentre la più economica è la Toscana (indice 94,60). E la Nielsen non si è neppure sorpresa, spiegando che le differenze si giustificano con i costi logistici e con le caratteristiche della rete distributiva.
Alcuni prodotti, come gli ortaggi freschi e il pane, al Sud costano effettivamente di meno, tuttavia i beni industriali sono decisamente più cari e se il paniere Istat dice il contrario è perché misura i beni più acquistati, peraltro non dai poveri ma dall'insieme dei consumatori. Insomma: è ovvio che al Sud in media avendo meno soldi in portafoglio si fa la spesa acquistando prodotti di qualità inferiore. Ciò accade anche per gli elettrodomestici, i cui prezzi secondo le associazioni dei consumatori sono tendenzialmente più cari al Sud. Ma se si guarda non al listino più basso in assoluto bensì a quello del bene più venduto ecco che la «cucina non elettrica» inserita nel paniere Istat per i poveri costa 295 euro al Nord, 331 al Centro e 202 nel Mezzogiorno. Il televisore costa 238 euro al Nord, 183 al Centro e 171 al Sud. È lo stesso modello di cucina o di tv? No: è il prezzo del prodotto più acquistato.
Se si convincono gli italiani che al Sud la vita costa meno, sarà facile far accettare stipendi diversi per insegnanti, infermieri e carabinieri, o pensioni sociali modulate in base al presunto minore costo della vita.
I fotogrammi iniziano a definire l'accaduto e a delineare il finale, lo scopo: a che serve cancellare 1,2 milioni di poveri del Sud dalle statistiche? L'ultimo fotogramma riporta al Parlamento. Dopo l'audizione di ieri dell'Istat c'è stato un impegno dei politici a far qualcosa di concreto per i 4,8 milioni di poveri di cui 2,5 milioni al Centronord e 2,3 al Sud. Ecco, sapere che in realtà il conteggio corretto certificherebbe 1,3 milioni al Centronord e 3,5 milioni al Sud forse renderebbe il sostegno ai poveri meno necessario. (cit.)
martedì 21 aprile 2015
Unità d’Italia: la strage dimenticata di Roseto Valfortore
Questa è una storia come tante che, o per vergogna, o per convenienza, o per quant'altro, è stata per decenni tenuta segregata in un cassetto.
Roseto Valfortore è un paesino di mille anime arrampicato sulle montagne dell'Appennino Dauno, in provincia di Foggia. Un luogo accogliente dove gli abitanti hanno ancora il tempo e la volontà di regalare un sorriso ai visitatori che vi giungono.
Ma è anche un territorio che ha dentro di sé una ferita storica che mai nessuno gli ha riconosciuto; questa è la vicenda di 4 ragazzi di appena vent'anni e di un adulto, padre di famiglia, che furono trucidati dai garibaldini a causa delle loro simpatie per i Borbone.
Tutto avvenne la sera del 7 novembre 1860 quando i 5 furono allineati ad un muro e passati alle armi da chi era appena sopraggiunto e definiva se stesso "un liberatore". A nulla valsero le suppliche di pietà che i ragazzi invocarono ai carnefici, a nulla valsero le grida delle donne che assistettero impotenti all'esecuzione.
Questa triste vicenda, ancora una volta, non sarebbe mai venuta fuori se non ci fosse stata la caparbietà e la voglia di sapere di uno studioso, il prof. Michele Marcantonio, che scrisse nel 1983 un libro in cui raccontava l'eccidio (Abbasso la guerra, ossia tre passi a ponente Italia Letteraria, Milano 1983).
Libro, ancora una volta, corredato da documenti storici ufficiali che provavano l'accaduto, ma che furono deliberatamente ignorati. I padri della patria, infatti, dovevano apparire ancora una volta senza macchia e senza peccato! Questo fu l'ordine impartito agli storici.
Proprio grazie a tali testimonianze scritte si è potuta realizzare una ricostruzione dettagliata di cosa avvenne quel triste giorno; si riporta integralmente uno stralcio tratto da Il Frizzo, giornale di Lucera:
"I cinque vennero allineati lungo il muro che guardava alla torretta, di fronte al plotone. L'aria rigida, la pioggia, che ora con furia, il vento, fatto ora cattivo, che tempestava il viso dei condannati con bordate d'acqua gelida e dura come grossi grani di sabbia, e, forse, il contenuto di quel biglietto consigliarono il generale a far presto, a sbrigarsi.
Nell'estremo tentativo di muovere a pietà, tre dei condannati, cioè Giuseppe Cotturo, Vito Sbrocchi e Leonardo Marrone, s'inginocchiarono nel fango:
– Pietà! Siamo innocenti!
Parole e lacrime alla pioggia e al vento che mugghiava nella siepe e sui tetti.
– Pietà di noi! –, fece Nunzio.
Il quinto, più di là che di qua (è Liberato Farace, 22 anni appena, ferito a morte presso la propria abitazione dalle camicie rosse) era ricaduto in un'assenza totale e si teneva ritto al muro come un tronco senza vita. Il sergente rizzava in alto la sciabola come un ricurvo dito d'acciaio guardando fisso il generale.
Il sergente non batteva ciglio.
Ecco…
Il generale fece con l'indice un cenno distratto, quasi meccanico.
La sciabola piegò verso terra.
Fuoco!
I primi tre, a partire dall'angolo, caddero fulminati.
Al quarto un secondo colpo.
Il quinto, Liberato Farace, indenne.
Il fuciliere di grazia esplose su di lui il terzo e il quarto colpo. Solo quest'ultimo spinse fuori da quel giovane corpo il lieve alito di vita residuo."
Roseto Valfortore è un paesino di mille anime arrampicato sulle montagne dell'Appennino Dauno, in provincia di Foggia. Un luogo accogliente dove gli abitanti hanno ancora il tempo e la volontà di regalare un sorriso ai visitatori che vi giungono.
Ma è anche un territorio che ha dentro di sé una ferita storica che mai nessuno gli ha riconosciuto; questa è la vicenda di 4 ragazzi di appena vent'anni e di un adulto, padre di famiglia, che furono trucidati dai garibaldini a causa delle loro simpatie per i Borbone.
Tutto avvenne la sera del 7 novembre 1860 quando i 5 furono allineati ad un muro e passati alle armi da chi era appena sopraggiunto e definiva se stesso "un liberatore". A nulla valsero le suppliche di pietà che i ragazzi invocarono ai carnefici, a nulla valsero le grida delle donne che assistettero impotenti all'esecuzione.
Questa triste vicenda, ancora una volta, non sarebbe mai venuta fuori se non ci fosse stata la caparbietà e la voglia di sapere di uno studioso, il prof. Michele Marcantonio, che scrisse nel 1983 un libro in cui raccontava l'eccidio (Abbasso la guerra, ossia tre passi a ponente Italia Letteraria, Milano 1983).
Libro, ancora una volta, corredato da documenti storici ufficiali che provavano l'accaduto, ma che furono deliberatamente ignorati. I padri della patria, infatti, dovevano apparire ancora una volta senza macchia e senza peccato! Questo fu l'ordine impartito agli storici.
Proprio grazie a tali testimonianze scritte si è potuta realizzare una ricostruzione dettagliata di cosa avvenne quel triste giorno; si riporta integralmente uno stralcio tratto da Il Frizzo, giornale di Lucera:
"I cinque vennero allineati lungo il muro che guardava alla torretta, di fronte al plotone. L'aria rigida, la pioggia, che ora con furia, il vento, fatto ora cattivo, che tempestava il viso dei condannati con bordate d'acqua gelida e dura come grossi grani di sabbia, e, forse, il contenuto di quel biglietto consigliarono il generale a far presto, a sbrigarsi.
Nell'estremo tentativo di muovere a pietà, tre dei condannati, cioè Giuseppe Cotturo, Vito Sbrocchi e Leonardo Marrone, s'inginocchiarono nel fango:
– Pietà! Siamo innocenti!
Parole e lacrime alla pioggia e al vento che mugghiava nella siepe e sui tetti.
– Pietà di noi! –, fece Nunzio.
Il quinto, più di là che di qua (è Liberato Farace, 22 anni appena, ferito a morte presso la propria abitazione dalle camicie rosse) era ricaduto in un'assenza totale e si teneva ritto al muro come un tronco senza vita. Il sergente rizzava in alto la sciabola come un ricurvo dito d'acciaio guardando fisso il generale.
Il sergente non batteva ciglio.
Ecco…
Il generale fece con l'indice un cenno distratto, quasi meccanico.
La sciabola piegò verso terra.
Fuoco!
I primi tre, a partire dall'angolo, caddero fulminati.
Al quarto un secondo colpo.
Il quinto, Liberato Farace, indenne.
Il fuciliere di grazia esplose su di lui il terzo e il quarto colpo. Solo quest'ultimo spinse fuori da quel giovane corpo il lieve alito di vita residuo."
tratto dal blog di Valerio Rizzo
mercoledì 11 marzo 2015
Fondi Europei, l’economista Viesti assolve il Sud: “Troppi luoghi comuni, le colpe sono altrove…”
I ritardi della spesa dei fondi comunitari non sono imputabili al Mezzogiorno che non sa o non vuole spendere le tante risorse disponibili, ma alla lentezza nella realizzazione delle opere pubbliche». Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata all`Università di Bari, considerato uno dei maggiori esperti nello studio dell`economia del Meridione, va controcorrente in un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia. «Può sembrare strano, ma non molti hanno cercato di rispondere con precisione a questa semplice domanda. I più si accontentano di dire che il ritardo nella spesa dei fondi comunitari dipende dal Mezzogiorno. Ma se si guardano i dati contenuti nel portale OpenCoesione emerge una risposta molto più interessante. Il ritardo riguarda tutta l`Italia ed è riconducibile a una pluralità di cause: nuove e più complesse regole per l`attuazione dei programmi comunitari; una maggiore incidenza di grandi progetti infrastrutturali, la cui gestione è particolarmente complessa; i vincoli di bilancio che hanno ostacolato le capacita? di cofinanziamento statale e regionale. Non si tratta dunque, banalmente, dell`incapacità del Mezzogiorno ma di questioni più complesse e importanti. E superficiale dare la colpa al Sud. È un problema nazionale di lentezza delle opere pubbliche e non un difetto specifico del meridione. Informazioni molto utili per cercare di migliorare le cose, quantomeno nel periodo di programmazione 2014-20 che si è appena aperto».
Ma non basta. «Se si suddividono gli interventi per natura (opere pubbliche e altro) e per territorio (Centro Nord e le tre aree Campania-Calabria-Sicilia, Basilicata-Puglia, Abruzzo-Molise-Sardegna) emerge che la lentezza del Sud nella spesa comunitaria è spiegata dai ritardi dei lavori pubblici rispetto alle altre tipologie di intervento. Se si prendono in considerazione, infatti, gli interventi che non rientrano nei lavori pubblici (e cioè acquisti di beni e servizi, contributi e incentivi alle imprese) a fine 2013 la velocità della spesa è uguale in tutto il Paese: le regioni del Centro Nord avevano speso il 70,9% del totale. Una percentuale inferiore rispetto alle regioni Abruzzo-Molise-Sardegna (79,8%), ma del tutto identica sia a Campania-Calabria-Sicilia (71,1%), sia a Puglia-Basilicata (70,1%). Il quadro cambia se si guarda invece ai lavori pubblici: la percentuale di spesa è molto bassa in tutto il paese, del tutto simile fra Centro Nord (44,4%) e Mezzogiorno, con l` eccezione delle regioni Campania, Calabria e Sicilia dove è inferiore (27,9%) . Il ritardo complessivo del Sud, di cui tanto si parla, dipende, dunque, dal fatto che al Sud i fondi europei vengono utilizzati soprattutto per le opere pubbliche, le quali sul totale della programmazione comunitaria 2007-2013 pesano molto di più (50%) che al Centro Nord (19,8%). I lavori pubblici cofinanziati dai fondi strutturali ammontano a 18,8 miliardi nel Mezzogiorno (circa metà del totale) e a 2,6 miliardi nel Centro Nord (circa il 20% del totale). Vi è poi un problema specifico di ritardi ancora maggiori in Campania, Calabria e Sicilia: regioni che specie all` inizio hanno avuto difficoltà notevoli nell`individuazione delle opere da finanziare».
Viesti assolve anche i Comuni: «Non sembra essere qui l`origine dei maggiori ritardi del Sud. In Sicilia la velocità della spesa dei Comuni non è bassa. L`avanzamento della spesa nel Sud è di circa il 36 per cento contro il 38 nel Centro. In particolare, i comuni siciliani hanno speso il 40 per cento dei fondi, contro il 50 della Puglia e il 58 della Basilicata. Il maggior ritardo di Campania, Calabria e Sicilia diviene più chiaro guardando agli altri soggetti attuatori. Le province hanno risultati molto peggiori che nelle altre aree. L`avanzamento finanziario dei progetti dei grandi soggetti pubblici Rfi, per la realizzazione delle ferrovie e l`Anas per le strade, è ovunque modesto; ma nelle tre regioni in ritardo (dove valgono ben 3,5 miliardi di finanziamento pubblico) siamo al 34,2%; dieci punti meno rispetto a quanto gli stessi enti raggiungono in Puglia e Basilicata».
In sostanza, il problema è nell`incapacità di realizzare le infrastrutture. «Piuttosto che parlare di Nord che spende e di Sud incapace, bisogna concentrarsi sui lavori pubblici. Non è un problema di fondi europei, perché la progettazione delle infrastrutture è lenta indipendentemente da chi li finanzia, se lo Stato o Bruxelles. I tempi della progettazione sono biblici e spesso le imprese non sono in grado di portare a termine i lavori. Più che gingillarsi in spiegazioni anche interessate, comode solo a far destinare più soldi al Nord, conver- rebbe riflettere su queste gravissime criticità dell`intero sistema paese».
La Sicilia, lo scorso dicembre, aveva speso il 56 per cento, 2 miliardi e mezzo, del totale della programmazione. Da qui a fine anno resta ancora da spendere circa un miliardo e 800 milioni. C`è il rischio che queste somme tornino a Bruxelles? «In verità, le risorse europee perdute sono state sempre pochissime. I dati di consuntivo per il 2014 mostrano che si tratta di cifre molto contenute. Sappiamo però che le cifre da rendicontare per il 2015 sono enormi e quindi esiste un rischio concreto per la fine di quest`anno. Le regioni non stanno con le mani in mano, ma sono state avviate opere la cui realizzazione è lenta. Con il risultato che finché le infrastrutture non vengono collaudate non si può pagare alle ditte il saldo finale. Inoltre, le amministrazioni in tutta Italia ma particolarmente nel Sud non sono riuscite ad anticipare i soldi, perché il Patto di stabilità limita le spese che possono fare comuni e regioni. Siamo in un mondo schizofrenico. Da un lato si dice di spendere i fondi comunitari, dall`altro c`è il vincolo di spesa che non si può superare ogni anno. Tutti problemi che hanno contribuito a ritardare la spesa pubblica».
La Sicilia, lo scorso dicembre, aveva speso il 56 per cento, 2 miliardi e mezzo, del totale della programmazione. Da qui a fine anno resta ancora da spendere circa un miliardo e 800 milioni. C`è il rischio che queste somme tornino a Bruxelles? «In verità, le risorse europee perdute sono state sempre pochissime. I dati di consuntivo per il 2014 mostrano che si tratta di cifre molto contenute. Sappiamo però che le cifre da rendicontare per il 2015 sono enormi e quindi esiste un rischio concreto per la fine di quest`anno. Le regioni non stanno con le mani in mano, ma sono state avviate opere la cui realizzazione è lenta. Con il risultato che finché le infrastrutture non vengono collaudate non si può pagare alle ditte il saldo finale. Inoltre, le amministrazioni in tutta Italia ma particolarmente nel Sud non sono riuscite ad anticipare i soldi, perché il Patto di stabilità limita le spese che possono fare comuni e regioni. Siamo in un mondo schizofrenico. Da un lato si dice di spendere i fondi comunitari, dall`altro c`è il vincolo di spesa che non si può superare ogni anno. Tutti problemi che hanno contribuito a ritardare la spesa pubblica».
Fonte: www.ilsudonline.it
lunedì 15 dicembre 2014
Squilibri Nord/Sud
Suggerirei a tutti coloro che ancora credono alla favola del Nord ricco perché laborioso, che si rimbocca le maniche, in contrapposizione ad un Sud povero solo perché parassita e sfaticato, di dare un'occhiata ai dati pubblicati dall'ISTAT (qui un estratto) ed al relativo articolo del Sole 24 Ore sulla enorme e vergognosa differenza di servizi (qui il caso della Sanità) tra settentrione e meridione d'Italia frutto di decenni di investimenti statali del tutto squilibrati (vedasi i tanti grafici presentati in questo sito).
martedì 18 novembre 2014
La Banca d'Italia conferma: «Il sud il vero motore dell'economia nazionale pre-unitaria»
Che il sud fosse più ricco del nord prima dell'Unità d'Italia non è una favoletta. A confermarlo non è uno studio filo meridionalista ma l'istituzione principe dell'economia italiana, ossia la Banca d'Italia. A giocare con il pallottoliere sono Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea in un rapporto di 678 pagine appena pubblicato dalla Banca d'Italia e relativo all'industria estrattiera e manifatturiera complessiva, misurata in lire costanti a prezzi del 1911. Al momento dell'Unità d'Italia la regione con la maggiore produzione industriale era la Campania, con 39,04 milioni di lire. Un valore superiore persino di quello della più estesa e popolosa Lombardia, che si attestava a 36,83 milioni. Il Piemonte era terzo a 29,89 milioni di lire. Seguivano con valori superiori a 20 milioni di lire Veneto, Toscana e Sicilia. Se la storia è orientata dall'economia allora la nostra storia, quella che fanno ancora studiare a scuola, andrebbe riscritta, partendo da questi valori che spesso vengono occultati. Banca d'Italia, quindi, con questo studio, riconosce il valore intrinseco di un Sud capace di camminare con le proprie gambe facendo impresa e sapendo gestire il denaro in maniera oculata in tempi dove non esistenvano incentivi europei, né derrate made in Usa o Urss. Napoli, capitale economica del Mediterraneo, completamente ridotta a brandelli da una politica nazione volta a riempire le casse del nord. Difatti, nella top five delle capitali economiche d'Italia, Napoli passa dal primo posto del 1861 al quinto del 1901. Praticamente intere risorse spostate dal sud al nord, comprendo l'operazione con un colpo di spugna e deviando l'opinione pubblica con la lotta al brigantaggio. Poi ci lamentiamo se in Afghanistan, si occultano interessi economici con guerre "portatrici di democrazia". Lo studio ha anche dei nomi eccellenti in calce alla risma ricca di conti e conticini. È infatti Ciccarelli a confermare il tutto avalando lo studio con anni di esperienza come docente a Tor Vergata e Fenoaltea al collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Non sono gli ultimi arrivati, con oltre quindici anni di lavori di ricostruzione storica dell'economia italiana. «La forza industriale - si legge in una recensione comparsa sui media nazionali a amrgine dello studio - dell'Italia del 1861, va sottolineato, era nel complesso modesta, tuttavia la presenza di aree industriali in tutte le aree della penisola poteva far immaginare uno sviluppo equilibrato. Invece nel giro di pochi decenni la forza produttiva si concentrò in tre regioni (Lombardia-Piemonte-Liguria). E' interessante anche verificare cosa accadde in regioni d piccole dimensioni. Nel 1861 l'Umbria aveva una produzione industriale di 3,67 milioni contro i 4,17 della Basilicata, gli 8,87 della Calabria e i 10,28 degli Abruzzi. Ebbene la regione del centro Italia supera la Basilicata nel 1864, la Calabria nel 1887 e gli Abruzzi nel 1898. Il caso della Basilicata è clamoroso perché nel 1900 era esattamente al livello dei 4,14 milioni dai quali era partita, mentre l'Umbria era cresciuta di cinque volte. Il primato della Campania resiste solo due anni: nel 1863 – segnato dall'eccidio di Pietrarsa – la regione viene superata dalla Lombardia. Il sorpasso del Piemonte arriva nel 1881. Quello di Liguria e Toscana nel 1896. Le posizioni sono segnate e così quando la produzione industriale decolla, a inizio ‘900, gli effetti sui territori sono diversi. In Piemonte si assiste a un più 124% del valore della produzione tra il 1902 e il 1912 (da 90,12 a 201,56 milioni) e la crescita è ancora più impetuosa in Liguria (da 85,12 a 180,56 milioni) e in Lombardia (da 125,14 a 311,62). In Campania si passa da 67,78 a 142,47. In Sicilia da 49,94 a 76,29. Tutto ciò non rappresenta una novità per chi non si è fermato ai libri di scuola che parlano di un Nord industriale e di un Sud agricolo. Ma il primato della Campania non era mai stato certificato con tanta precisione».
Snocciolando i dati ritroviamo di seguito la CLASSIFICA REGIONI PER VALORE PRODUZIONE INDUSTRIALE
1861
1. Campania
2. Lombardia
3. Piemonte
4. Toscana
5. Veneto
6. Sicilia
1871
1. Lombardia
2. Campania
3. Piemonte
4. Veneto
5. Liguria
6. Toscana
1881
1. Lombardia
2. Piemonte
3. Campania
4. Veneto
5. Toscana
6. Liguria
1891
1. Lombardia
2. Piemonte
3. Campania
4. Toscana
5. Liguria
6. Veneto
1901
1. Lombardia
2. Piemonte
3. Liguria
4. Toscana
5. Campania
6. Veneto
L'Italia che oggi abbiamo ereditato è quindi frutto dei fallimenti di chi ha voluto spostare il centro dell'economia in un'area che in passato stentava a far quadrare i conti. Volendo fare un esempio è come implementare un motore Ferrari sulla scocca di un'utilitaria. Dopo un giro di prova si rischia di rovinare sia il motore che il resto dell'auto. Ad oggi l'Italia è proprio l'emblema di scelte sbagliate costruite su soprusi e operazioni massoniche. Di contr'altare si potrebbe anche pensare a scelte economiche conformi ai tempi e di conseguenza anche evoluzioni fisiologiche che avrebbero comunque portato il sud in questo stato. Ma anche questa ipotesi è stata già vagliata anche dai due economisti, che hanno ribadito quanto sia importante la posizione strategica dei mercati campani e quindi non solo una questione di savoir-faire del Regno delle Due Sicilie ma soprattutto una concentrazione di elementi cruciali che hanno portato l'economia napoletana in vetta alla classifica. Gli economisti non hanno evidenziato, ma questo lo facciamo noi, come il processo di distruzione dell'economia del sud sia stato lungo e lancinante. Continui attacchi fatti di leggi e distrazioni di fondi, che ancora oggi lasciano il mezzogiorno ingessato rispetto alle atre aree del bel Paese. Una sorta di embargo economico che tutti i giorni si concretizza sui mercati nazionali, sia sul piano dei prodotti che su quello dei servizi. Siamo obbligati, come succedeva nel secondo dopo guerra, ad acquistare prodotti del nord, alimentando l'economia del nord e facendo passare la cosa come un normale processo economico. Nel concreto invece noi non scegliamo di acquistare ma siamo obbligati ad acquistare perché è stata eliminato ogni flusso concorrenziale proveniente dal nord. Nel concreto dopo il 1861 sull'economia meridionale si è abbattuta una rappresaglia così vasta da far concorrenza ad Hiroshima. Probabilmente questo studio sarà occultato come tanti altri già effettuati per continuare a dare ragione a chi dal nord pontifica affermando che sono loro il motore del'Italia e che il sud è la solita palla al piede fatta di politiche assistenziali e piagnistei. (fonte Banca d'Italia, IlSole 24ore, unionemediterranea)
Da http://social.i-sud.it/
Da http://social.i-sud.it/
martedì 4 novembre 2014
Il rapporto Svimez, il divario Nord-Sud e le leggi approvate dal primo Parlamento italiano
Il Sud è al tracollo. Mai così male, negli ultimi 40 anni. Lo Svimez diffonde cifre da brividi: del 12,7 per cento crollati i consumi; del 4,2 gli investimenti. Solo due volte, dall'unità d'Italia in poi, al Sud ci sono stati più defunti che bambini nati. La prima volta fu nel 1867.
Male, male, male: il divario aumenta e l'occupazione è come fu nel 1977, con 583mila posti di lavoro persi. Il sottosegretario Graziano Delrio parla di "Sud diventato la Germania dell'Est dell'Italia" e il presidente dello Svimez, Adriano Giannola, denuncia: "Negli ultimi 25 anni si è puntato solo sulla locomotiva Nord, dimenticando il Mezzogiorno".
C'è da chiedersi, parlando d'Italia, se privilegiare il Nord nelle scelte politico-economiche sia fenomeno soltanto degli ultimi 25 anni o se, per caso, il nostro non sia sempre stato un Paese nord-centrico nei suoi obiettivi di sviluppo. Il divario economico si ridusse negli anni del boom economico nei primi anni '60 del secolo scorso: lo dicono le cifre del Pil di quel periodo riportate anche dai professori Daniele e Malanima. Periodo che coincise con l'avvio della Cassa del Mezzogiorno, che significò nvestimenti e opere pubbliche in grado di trainare l'economia meridionale.
Una formula non nuova se già nel 1904, al momento dell'approvazione della legge speciale per Napoli, era teorizzata anche da Francesco Saverio Nitti. Che scriveva: "Occorre che Napoli cessi di essere città di consumi per diventare città di produzione. Niente industrie sussidiate, concessioni o forme speciali di protezione, la rinnovazione industriale non può però che avvenire in un regime speciale".
Parliamo esclusivamente d'Italia unita, parliamo delle scelte territoriali e geografiche fatte per eliminare squilibri, per armonizzare tutte le aree della penisola. E partiamo dall'inizio della nostra storia unitaria, guardando agli anni probabilmente premessa delle scelte successive. Scelte legislative, scelte economiche, scelte politiche.
Senza interpretazioni, parlano i fatti. Parlano i dati della prima legislatura, quella che cominciò il 18 febbraio 1861 e fino al 1865 vide avvicendarsi sei governi. Che volto diedero alla nazione in fasce i 443 deputati, eletti da 394.365 italiani? Tra quegli onorevoli, 192 venivano dalle regioni meridionali, 133 da quelle settentrionali, 107 dal centro e 11 dalla Sardegna.
Oggi, Niki Vendola, governatore della Puglia, dice che "l'unità del Paese si raggiunge con la realizzazione delle ferrovie". Se al momento dell'unità, esistevano più percorsi ferroviari al Nord che al Sud, dopo 153 anni cosa si è fatto per eliminare il divario di partenza? Logica avrebbe voluto che, da subito, già alla prima legislatura del regno d'Italia, si fosse scelto di finanziare somme maggiori di investimenti nei collegamenti ferroviari nel Mezzogiorno invece che nel resto della penisola.
E invece? Invece il quadro dei chilometri delle concessioni per opere ferroviarie dal 1861 al 1865 fornisce un insolito criterio di riequilibrio. Un quadro raccolto dal deputato della destra cavouriana Leopoldo Galeotti. Eccolo: 2937 chilometri nell'Italia "superiore", 1481 nella "media", 1805 in quella "meridionale". La somma di chilometri tra Sardegna (che fino al 1863 non aveva neanche un metro di ferrovia) e Sicilia fu di 1847.
Sempre Galeotti ci fornisce le cifre degli investimenti per le strade: 3 milioni 575367 per le "province subalpine" e 2 milioni 500763 per le napoletane. Non esistevano più le Due Sicilie, né il regno Sardo-piemontese. Era il regno d'Italia, con le sue prime scelte parlamentari. E questi sono i numeri.
Illuminanti anche alcune leggi approvate tra il 1861 e il 1865: un prestito di 500 milioni per limitare il disavanzo maturato "per costruire l'Italia". Ancora 226mila lire per il porto di Rimini. Poi, nel 1861, 8 concessioni ferroviarie nel centro-nord e due nel sud. Una delle due assai generica, fu approvata il 28 luglio: "costruzione di strade ferrate nelle province meridionali, napoletane e siciliane". Significativa la legge del 18 agosto, che istituì "succursali e sedi della Banca nazionale nelle province meridionali". Era la Banca centrale dell'ex regno Sardo-piemontese. Non fu consentita, invece, l'apertura di sedi del Banco di Napoli al nord.
Il 5 dicembre si pensò di abolire i "vincoli feudali nelle province lombarde". E poi si unificarono pesi e misure, moneta e codici secondo le regole in vigore in Piemonte prima delle annessioni. Il 1862 fu l'anno delle leggi per nuove tasse: sui biglietti ferroviari, sul registro, sul bollo, sulle società industriali, commerciali e delle assicurazioni, sulle ipoteche, sull'Università, sul bollo delle carte da gioco, sui redditi della ricchezza mobile. E poi, due anni dopo, un secondo prestito per appianare il disavanzo: stavolta di 700 milioni, nel 1863.
Questo fu il primo stampo dell'Italia unita ancora neonata. Inutile negarlo: l'impronta prevalente porta il marchio dei deputati del nord. Nei primi 20 anni d'unità ebbero il sopravvento, per una serie di ragioni che qui sarebbe lungo elencare, usi e leggi dell'ex regno subalpino. E lo ammise anche il toscano Leopoldo Galeotti, che nel suo consuntivo sulla prima legislatura pubblicato nel 1866 scriveva: "Non conviene dimenticare che il Parlamento, nella sua quasi totalità (eccettuata la parte piemontese), era composto di uomini nuovi e inesperti. Così la balia di fare e disfare rimase nella sostanza agli uomini della burocrazia. Quello che avveniva ai deputati, toccava anche ai ministri piemontesi e non piemontesi". Era l'eredità che l'Italia in fasce lasciava a chi l'avrebbe governata negli anni a venire.
di Gigi Di Fiore
ilmattino.it
Male, male, male: il divario aumenta e l'occupazione è come fu nel 1977, con 583mila posti di lavoro persi. Il sottosegretario Graziano Delrio parla di "Sud diventato la Germania dell'Est dell'Italia" e il presidente dello Svimez, Adriano Giannola, denuncia: "Negli ultimi 25 anni si è puntato solo sulla locomotiva Nord, dimenticando il Mezzogiorno".
C'è da chiedersi, parlando d'Italia, se privilegiare il Nord nelle scelte politico-economiche sia fenomeno soltanto degli ultimi 25 anni o se, per caso, il nostro non sia sempre stato un Paese nord-centrico nei suoi obiettivi di sviluppo. Il divario economico si ridusse negli anni del boom economico nei primi anni '60 del secolo scorso: lo dicono le cifre del Pil di quel periodo riportate anche dai professori Daniele e Malanima. Periodo che coincise con l'avvio della Cassa del Mezzogiorno, che significò nvestimenti e opere pubbliche in grado di trainare l'economia meridionale.
Una formula non nuova se già nel 1904, al momento dell'approvazione della legge speciale per Napoli, era teorizzata anche da Francesco Saverio Nitti. Che scriveva: "Occorre che Napoli cessi di essere città di consumi per diventare città di produzione. Niente industrie sussidiate, concessioni o forme speciali di protezione, la rinnovazione industriale non può però che avvenire in un regime speciale".
Parliamo esclusivamente d'Italia unita, parliamo delle scelte territoriali e geografiche fatte per eliminare squilibri, per armonizzare tutte le aree della penisola. E partiamo dall'inizio della nostra storia unitaria, guardando agli anni probabilmente premessa delle scelte successive. Scelte legislative, scelte economiche, scelte politiche.
Senza interpretazioni, parlano i fatti. Parlano i dati della prima legislatura, quella che cominciò il 18 febbraio 1861 e fino al 1865 vide avvicendarsi sei governi. Che volto diedero alla nazione in fasce i 443 deputati, eletti da 394.365 italiani? Tra quegli onorevoli, 192 venivano dalle regioni meridionali, 133 da quelle settentrionali, 107 dal centro e 11 dalla Sardegna.
Oggi, Niki Vendola, governatore della Puglia, dice che "l'unità del Paese si raggiunge con la realizzazione delle ferrovie". Se al momento dell'unità, esistevano più percorsi ferroviari al Nord che al Sud, dopo 153 anni cosa si è fatto per eliminare il divario di partenza? Logica avrebbe voluto che, da subito, già alla prima legislatura del regno d'Italia, si fosse scelto di finanziare somme maggiori di investimenti nei collegamenti ferroviari nel Mezzogiorno invece che nel resto della penisola.
E invece? Invece il quadro dei chilometri delle concessioni per opere ferroviarie dal 1861 al 1865 fornisce un insolito criterio di riequilibrio. Un quadro raccolto dal deputato della destra cavouriana Leopoldo Galeotti. Eccolo: 2937 chilometri nell'Italia "superiore", 1481 nella "media", 1805 in quella "meridionale". La somma di chilometri tra Sardegna (che fino al 1863 non aveva neanche un metro di ferrovia) e Sicilia fu di 1847.
Sempre Galeotti ci fornisce le cifre degli investimenti per le strade: 3 milioni 575367 per le "province subalpine" e 2 milioni 500763 per le napoletane. Non esistevano più le Due Sicilie, né il regno Sardo-piemontese. Era il regno d'Italia, con le sue prime scelte parlamentari. E questi sono i numeri.
Illuminanti anche alcune leggi approvate tra il 1861 e il 1865: un prestito di 500 milioni per limitare il disavanzo maturato "per costruire l'Italia". Ancora 226mila lire per il porto di Rimini. Poi, nel 1861, 8 concessioni ferroviarie nel centro-nord e due nel sud. Una delle due assai generica, fu approvata il 28 luglio: "costruzione di strade ferrate nelle province meridionali, napoletane e siciliane". Significativa la legge del 18 agosto, che istituì "succursali e sedi della Banca nazionale nelle province meridionali". Era la Banca centrale dell'ex regno Sardo-piemontese. Non fu consentita, invece, l'apertura di sedi del Banco di Napoli al nord.
Il 5 dicembre si pensò di abolire i "vincoli feudali nelle province lombarde". E poi si unificarono pesi e misure, moneta e codici secondo le regole in vigore in Piemonte prima delle annessioni. Il 1862 fu l'anno delle leggi per nuove tasse: sui biglietti ferroviari, sul registro, sul bollo, sulle società industriali, commerciali e delle assicurazioni, sulle ipoteche, sull'Università, sul bollo delle carte da gioco, sui redditi della ricchezza mobile. E poi, due anni dopo, un secondo prestito per appianare il disavanzo: stavolta di 700 milioni, nel 1863.
Questo fu il primo stampo dell'Italia unita ancora neonata. Inutile negarlo: l'impronta prevalente porta il marchio dei deputati del nord. Nei primi 20 anni d'unità ebbero il sopravvento, per una serie di ragioni che qui sarebbe lungo elencare, usi e leggi dell'ex regno subalpino. E lo ammise anche il toscano Leopoldo Galeotti, che nel suo consuntivo sulla prima legislatura pubblicato nel 1866 scriveva: "Non conviene dimenticare che il Parlamento, nella sua quasi totalità (eccettuata la parte piemontese), era composto di uomini nuovi e inesperti. Così la balia di fare e disfare rimase nella sostanza agli uomini della burocrazia. Quello che avveniva ai deputati, toccava anche ai ministri piemontesi e non piemontesi". Era l'eredità che l'Italia in fasce lasciava a chi l'avrebbe governata negli anni a venire.
di Gigi Di Fiore
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