mercoledì 29 agosto 2018

Questione meridionale, problema di tutta l’Italia

La scarsa produttività del lavoro nel Sud è dovuta anche a problemi strutturali. La strategia più efficace è dunque una politica di investimenti per migliorare capitale umano, efficienza della burocrazia e trasporti, oltre al rispetto delle regole.


Vent'anni di bassa crescita

Nell'ultimo ventennio, l'economia italiana ha registrato risultati deludenti, in assoluto e nella comparazione internazionale (tabella 1).

Tabella 1 – Pil in termini reali (vma %)



Fonte: Annual Macro-Economic Database of the European Commission (Ameco).

Conviene ricordarlo anche per raffreddare entusiasmi eccessivi dopo il ritorno alla crescita oltre l'1,5 per cento, come accaduto nell'ultimo quarto dello scorso anno, a prescindere dal verosimile nuovo rallentamento che potrebbe manifestarsi già a inizio 2018.Fonte: Annual Macro-Economic Database of the European Commission (Ameco).

La tendenza a risultati peggiori degli altri paesi è distribuita in modo omogeneo lungo le diverse fasi di crescita-recessione-crescita, come si vede nella tabella 1. Infatti, il semplice calcolo dello scarto tra variazione media del Pil in Italia rispetto all'Unione europea nei diversi periodi evidenzia una penalizzazione del nostro paese che è pari all'1 per cento medio annuo nel primo periodo, si acuisce all'1,5 per cento durante la crisi e ritorna all'1,1 per cento durante l'ultima fase di ripresa.
Il che di per sé indica un problema nella struttura del nostro sistema socio-economico: appare in qualche misura indifferente alle fasi del ciclo, comportandosi peggio in modo costante rispetto al resto dell'Europa (e del mondo).

Il problema è la produttività totale dei fattori, cioè quella parte di prodotto che non è spiegata dall'impiego di lavoro e capitale dentro il motore del sistema come, per esempio, calcolato dalla Commissione europea (tabella 2).

Tabella 2 – Produttività totale dei fattori – (vma %)


Fonte: Annual Macro-Economic Database of the European Commission (Ameco); i dati relativi a Giappone, Australia e Canada non sono stati inclusi perché non disponibili nel periodo considerato nell'analisi empirica.

In un nostro recente lavoro, con dati regionali per l'Italia, abbiamo stimato un modello dove si è ipotizzato che la Ptf dipenda da quattro indici che misurano, rispettivamente, la qualità del capitale umano, l'accessibilità infrastrutturale, il livello di carico burocratico e il livello di illegalità. Questi indici spiegano le accelerazioni o i ritardi di produttività che non sono colti dallo stock di capitale produttivo e dall'occupazione. Nella figura 1 si riportano le dinamiche stimate per la Ptf per le quattro ripartizioni geografiche.

Figura 1 – La Ptf per le macroaree italiane nel periodo 1996-2017




Elaborazione e stime Ufficio studi Confcommercio su dati Istat e Ameco.


Politiche per il Sud


Premesso che le nostre stime aggregate per l'Italia indicano una dinamica della Ptf più piatta di quella evidenziata dai calcoli della Commissione europea, sembra emergere una divaricazione territoriale radicale nel Mezzogiorno rispetto al resto del paese. Se queste stime sono attendibili, hanno implicazioni decisive in termini di politiche.
Per esempio, Tito Boeri in un recente articolo su lavoce.info evidenzia che in media i differenziali di produttività del lavoro tra un'azienda in Lombardia e una in Sicilia sono intorno al 30 per cento, mentre le differenze nei salari nominali a parità di qualifiche e nello stesso settore sono nell'ordine del 5 per cento. Di conseguenza, per rendere più competitive le aziende meridionali, Boeri suggerisce di adottare politiche che portino i salari in linea con i livelli di produttività locali.
I risultati del nostro esercizio portano a indicazioni differenti. Poiché le cause della scarsa produttività del lavoro nel Sud sono imputabili in larga misura alla produttività totale dei fattori – cioè a inefficienze strutturali, materiali e non – una politica di investimenti diretta a migliorare il capitale umano, l'efficienza burocratica, il sistema dei trasporti e ad accrescere il rispetto delle regole, costituirebbe una strategia più efficace della deflazione salariale.
Già Paolo Sylos Labini insisteva sui divari civili tra Nord e Sud, alludendo a disfunzioni più profonde di quelle meramente economiche – il cui processo emendativo non potrebbe certo passare dall'assistenzialismo. Se ripensiamo alle sue suggestioni, che senso avrebbe equalizzare il salario reale alla produttività del lavoro quando questa è strutturalmente inadeguata (anche) in ragione di un contesto deteriorato in modo intollerabile? Suonerebbe come una condanna all'emarginazione, seppure in nome dell'efficienza economica.

20.08.18
Mariano Bella e Silvio Di Sanzo
http://www.lavoce.info/archives/53226/questione-meridionale-problema-di-tutta-litalia/

CONTRO LA SECESSIONE CON SCASSO DEL VENETO BISOGNA FIRMARE, PERCHÈ…/ di Pino Aprile

Contro un vero e proprio colpo di Stato nelle vesti inoffensive del "federalismo differenziato" (finché non si spiega di cosa di tratta), insorge la parte più attenta e consapevole del nostro mondo accademico. Che almeno si sappia cosa stanno facendo e come Veneto e Lombardia (cui, zitta zita, si è aggiunta l'Emilia Romagna e, a seguire, altre Regioni, incluse alcune del Sud che non hanno capito niente, non potendo credere che possano essere complici sino a tal punto): chiedono il trasferimento di competenze e risorse, dallo Stato centrale alle Regioni, per far fronte a bisogni comuni, collegate, però, non al pari diritto di ogni cittadino italiano, ma al gettito fiscale del territorio, ovvero, alla ricchezza. In tal modo, i ricchi avrebbero sempre di più e i poveri sempre di meno, per necessità uguali per tutti.

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Proponente dell'appello ai presidenti della Repubblica, delle Camere, ai parlamentari, ai cittadini tutti, è il professor Gianfranco Viesti, docente di economia cui si devono gli studi più interessanti degli ultimi decenni sulla Questione meridionale, e una serie di libri destinati non solo alla circolazione accademica, ma soprattutto al grande pubblico, perché sia alla portata di tutti la conoscenza delle ragioni vere e dei modi di creazione e mantenimento del divario Nord-Sud (uno per tutti: "Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce. Falso").

Viesti è uno dei maggiori esperti di sviluppo regionale, disciplina utile ai governi non orientati geograficamente, come i nostri, perché aiuta a gestire le risorse in modo che le aree che marciano non siano frenate e quelle che, per ragioni storiche o altro, sono state rallentate, possano recuperare.

Per come si sono mossi i governi italiani da un secolo e mezzo, salvo pochi, straordinari ma brevi periodi (non a caso i migliori di sempre), questa difficile ma fondamentale disciplina potrebbe non esistere, da noi. Sembra quasi sovversiva, mirando all'equità!

È compito dei "chierici" onesti esaminare, proporre, discutere e, ove serva, intervenire. Il nostro grazie ai docenti che non si sottraggono al dovere di cittadini che non si limitano ad agire in ambito accademico, ma estendono il loro impegno nella società. Cosa che può aver fastidiose conseguenze, a volte (per le cattedre in "Tutta colpa del Sud", invece, si aprono autostrade).

La scellerata azione della Lega per scappare dall'Italia fregando la cassa è giunta all'ultima tappa: presidenti leghisti dovrebbero essere contrastati nelle loro esagerazioni, da una ministra leghista e veneta alle Regioni, che proclama quale scopo della sua azioni, l'autonomia-secessione dei ricchi. La cosa, poi, dovrebbe essere votata dal Parlamento, cui però non sarà consentita la discussione, né tanto meno, la possibilità di presentare emendamenti, correzioni: sui decreti del governo, si può solo dire "sì" o "no". E se vincesse il no, cadrebbe il governo.

I secessionisti pretenderebbero di "andarsene, restando", ovvero, tenersi i soldi, ma continuando a riceverne dallo Stato, perché vogliono una "autonomia" totale, senza tagliare l'ultimo filo. Insomma, la secessione senza la secessione, per conservare tutti i vantaggi di un Paese formalmente unito (un mercato ampio, grandi appalti pubblici, flussi fiscali del gas, del petrolio, dell'energia prodotti al Sud, peso politico nel mondo…), lasciando tutti gli svantaggi agli altri.

I rappresentanti delle istituzioni non possono tacere dinanzi a questo o la responsabilità storica delle conseguenze graverà sulla loro coscienza (o almeno sui loro nomi).

Il troppo è troppo! Ognuno di noi dovrebbe firmare questo appello.

Chi vuole che il Paese resti uno, non può tollerare che l'egoismo di pochi distrugga la Patria di tutti. Un Paese unito è l'esatto contrario dell'Italia come è stata fatta e tanto peggio come la vogliono ridurre i lanzichenecchi leghisti (con l'appoggio più o meno dichiarato dei rappresentanti del Nord degli altri partiti, dal centrodestra al centrosinistra e M5S).

Chi ritiene che di connazionali del genere meglio fare a meno e pensa che tanto vale smettere di fingere di avere un'Italia unita e riprendersi ognuno la propria autonomia, non può accettare che la cosa avvenga con l'ultimo saccheggio: prima si fanno i conti, poi ognuno si regola come vuole.

Chi considera che le cose non stiano, per fortuna, a questo punto, non può accettare che la furia predatoria dei soliti noti e pure più ricchi (grazie all'inondazione di risorse pubbliche sottratte al resto del Paese) esaperi le condizioni di convivenza al punto tale da renderla insopportabile.

Firmiamo. E che questa gentaglia abbia finalmente la lezione che si merita.


domenica 25 febbraio 2018

Promesse elettorali: programma del Partito Democratico

DIAMO PIÙ FORZA AL MEZZOGIORNO CHE RIPARTE

Pubblicato il 5 febbraio 2018 in Investire sull'Italia

Colmare il divario tra Nord e Sud e garantire uguali opportunità ai cittadini delle diverse aree del Paese è la condizione per una ripresa duratura dello sviluppo. Il Mezzogiorno è il luogo dove attivare il potenziale di crescita inespresso e accelerare la ripresa: ce lo insegna la storia d'Italia, ce lo suggerisce l'attualità.

Il Sud è uscito finalmente dalla crisi, la più lunga del dopoguerra. Come certificano i rapporti Svimez, nel 2016 per il secondo anno consecutivo la sua economia ha fatto registrare un tasso di crescita maggiore rispetto a quello del Centro-Nord, con buone prospettive che i primi dati disponibili confermano per il 2017 e che nelle previsioni si prospettano anche per il 2018.

Il mercato del lavoro ha registrato segnali di ripresa che hanno consentito di recuperare negli ultimi tre anni 300.000 posti di lavoro. Investimenti, produzione industriale ed esportazioni crescono a tassi significativi, seppure con dinamiche regionali differenziate.

Indicatori positivi che sono il segno della vivacità di imprese e lavoratori, ma anche il frutto delle politiche avviate dai nostri governi. Politiche che hanno configurato una strategia coerente per ricostruire e allargare la base produttiva: dagli investimenti pubblici in infrastrutture, ambiente e cultura contenuti nei Patti per il Sud – oltre un terzo degli interventi sono già in esecuzione (8,8 miliardi di euro) o in corso di affidamento (5,2 miliardi) – fino al credito d'imposta per i nuovi investimenti (4 miliardi di investimenti generati nel 2017), dal sostegno all'imprenditorialità giovanile ("Resto al Sud") e innovativa ai grandi contratti di sviluppo, dal prolungamento degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni all'istituzione delle Zone economiche speciali nelle principali realtà portuali e retroportuali.

Quest'ultimo è uno strumento che, attraverso le facilitazioni fiscali e le semplificazioni amministrative, può raggiungere risultati importanti per attrarre investimenti, consolidare il tessuto produttivo e favorire l'internazionalizzazione, anche sfruttando le opportunità fornite dalla "Nuova Via della Seta".

Senza dimenticare strumenti come Impresa 4.0 e la leva energetica, opportunità straordinarie per il rilancio del manifatturiero. Certo, le ferite della Grande Recessione non si possono dire sanate: il gap di prodotto e occupazione rispetto al resto del Paese e dell'Europa resta ancora ampio e il lavoro è sì ripartito ma resta distante dai livelli, già non soddisfacenti, degli anni pre-crisi.

Sono purtroppo ancora elevati i divari sociali, generazionali e di genere, di sapere, cittadinanza e opportunità. La ripresa non è ancora in grado di rispondere a tutte le domande di un'emergenza sociale che resta allarmante.

Tuttavia, la dinamica positiva degli ultimi anni testimonia che l'opera di rilancio che abbiamo avviato sta dando risultati: cresce la capacità degli investimenti pubblici di generare reddito e occupazione. Ecco perché dobbiamo impegnarci a cogliere fino in fondo le opportunità dei fondi UE 2014-2020 e accelerare l'esecuzione degli interventi previsti nei Patti per il Sud, anche attuando la clausola per il riequilibrio territoriale della spesa pubblica ordinaria in conto capitale, che deve garantire al Sud il 34% degli investimenti pubblici complessivi.

Una clausola che consentirà alle risorse della coesione di essere realmente addizionali e aggiuntive, così da innescare una dinamica duratura di convergenza.

Che cosa serve al Mezzogiorno perché base produttiva e occupazione continuino a crescere a ritmi compatibili con l'obiettivo di ridurre i divari e fronteggiare i problemi sociali? Serve ciò che serve all'Italia intera ma con alcune specificazioni: più intensità e più attenzione alle condizioni di contesto.

Più intensità vuol dire, per esempio, riconoscere il peso maggiore delle diseconomie di questo territorio, anche sociali, che richiedono una declinazione specifica in termini di interventi e politiche. Vuol dire allocare risorse pubbliche in misura prevalente per il Sud come avviene per i Contratti di sviluppo.

Vuol dire prevedere riserve e addizionalità per gli strumenti di politica industriale nazionale (come Impresa 4.0), poiché per ragioni strutturali le imprese del Sud hanno in partenza svantaggi che ne rendono più complesso l'accesso. Vuol dire modulare le politiche pubbliche generali tenendo conto degli effetti differenziati nei territori, ad esempio per scuola e università.

Il principale nemico del Sud resta l'assistenzialismo e la suggestione di politiche che non risolleverebbero affatto le condizioni di quest'area nel cuore del Mediterraneo, strategica per il Paese e l'Europa.

Occorrono maggiore qualità, trasparenza ed efficacia della Pubblica amministrazione; un sistema giudiziario più veloce ed efficiente; un miglioramento degli standard dell'istruzione e della sanità; un rafforzamento della rete infrastrutturale, dagli aeroporti alle ferrovie, dalle strade alla intermodalità; un investimento sull'accesso alle nuove tecnologie; un welfare in grado di sostenere l'occupazione femminile; politiche del lavoro calibrate per arrestare l'emigrazione dei giovani e favorire il reinserimento di chi non lavora; un piano per arginare lo spopolamento delle aree interne.

Tutti settori in cui è fondamentale una declinazione delle politiche nazionali in azioni specifiche per il Sud. Molte misure di carattere sociale, come il reddito d'inclusione, hanno una forte rilevanza per il Mezzogiorno. È questo che serve al Sud: politiche che puntino al rafforzamento del capitale umano.

Dagli asili nido al tempo pieno nelle scuole, dal contrasto alla povertà educativa al diritto allo studio, fino alla formazione più avanzata. E ancora investimenti in innovazione e ricerca. Il tutto in un quadro di promozione e tutela della legalità, per sconfiggere le mafie e la corruzione.

Nelle principali leve di rilancio dell'Italia, il Sud è la grande opportunità del Paese con le sue potenzialità e i suoi vantaggi competitivi: l'agroalimentare, cui ridare slancio con strumenti come la banca delle terre incolte, e la cultura, partendo da Matera capitale europea nel 2019 e dal Grande Progetto Pompei, due tra gli esempi più lampanti.

Da qui dobbiamo proseguire per rilanciare in via definitiva il Sud. E farlo in una prospettiva mediterranea. Prospettiva di cui finora abbiamo subito soltanto i contraccolpi negativi, lasciando ad altri i non pochi vantaggi che potrebbero discendere dalla nostra collocazione geografica. Mettere il Sud al centro di una strategia di sviluppo nazionale è il modo per riportare l'Italia a essere protagonista nel mondo.

In sintesi, per la prossima legislatura ci impegniamo lungo queste linee di intervento:

accelerazione e sviluppo degli interventi – infrastrutture, ambiente, attrattori culturali, contratti di sviluppo – predisposti nei Patti per il Sud;intensificazione al Sud delle principali misure di politica industriale, in particolare le misure di Impresa 4.0, e attuazione delle Zone economiche speciali;garanzia dell'effettiva addizionalità degli interventi della politica di coesione attraverso l'applicazione rigorosa della clausola del 34% per gli stanziamenti in conto capitale ordinario.

A queste si aggiungono naturalmente le ricadute positive sul Mezzogiorno che deriveranno dalle altre misure del programma, in particolare le misure per la crescita economica e per il rafforzamento del sistema di welfare, per il contrasto alla povertà educativa nelle aree marginali, per lo sviluppo dei servizi all'infanzia e dell'università al fine di ridurre i divari territoriali.

https://programma2018.partitodemocratico.it/investimenti/mezzogiorno/

giovedì 9 marzo 2017

Nord e Sud divisi anche dalle infrastrutture

Calano gli investimenti a Sud

Il disastro ferroviario tra Corato e Andria di metà luglio ha drammaticamente portato sulle prime pagine dei giornali un aspetto del divario Nord-Sud spesso trascurato, quello nella dotazione infrastrutturale. Le differenze sono riassunte nell'indice di dotazione fisica di infrastrutture, elaborato dall'Istituto Guglielmo Tagliacarne: nel 2009 per il Sud era pari a poco più di 80 contro una media di oltre 110 per il Centro-Nord. A partire dal 1992, si è assistito a un ridimensionamento dei flussi di investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno (si veda grafico) che ha riguardato anche quelle di tipo "sociale", principalmente per scuole e ospedali.

Figura 1 – Investimenti in opere pubbliche, milioni di euro 2005

 

Fonte: Rapporto Svimez 2014

Il processo che ha portato all'impoverimento della dotazione infrastrutturale del Sud è incominciato da molto tempo, ma l'attenzione dei media e del dibattito politico si è concentrata a lungo sulle grandi opere. Poca attenzione è stata invece dedicata al deterioramento delle "infrastrutture di base", quali strade, reti ferroviarie, scuole, ospedali. Basta dire che oggi al Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia (rapporto Pendolaria 2015, Legambiente), con un'età media dei convogli nettamente superiore a quella del Nord (20,4 anni contro 16,6) e che Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni con la peggiore qualità degli edifici scolastici.

Le cause e gli effetti

Un aspetto interessante del divario infrastrutturale è che a differenza del gap in termini di Pil, condizioni di salute o stato di povertà, è interpretabile non solo come un effetto, ma anche come una causa della mancata crescita del Mezzogiorno. Le ragioni teoriche possono essere molteplici. Ad esempio, una buona dotazione di infrastrutture riduce i costi fissi delle imprese favorendo sia l'incremento dei volumi di produzione di quelle già presenti sul territorio sia la localizzazione di nuove aziende. Inoltre, secondo la Nuova geografia economica, i miglioramenti infrastrutturali possono influenzare la concentrazione spaziale delle attività economiche e rendere i mercati locali più accessibili.
La distinzione tra cause ed effetti è cruciale. Si possono curare gli effetti solo se si conoscono le cause. Tuttavia, non sempre è facile distinguere le une dalle altre. Ad esempio, le cattive ferrovie del Sud Italia potrebbero non esercitare alcun impatto sul processo di crescita, ma semplicemente concorrere a descrivere il particolare stato di sviluppo che caratterizza quel territorio. Si tratta di una questione ben nota agli economisti, che negli ultimi anni si sono sforzati di utilizzare (e sviluppare) tecniche che consentono di identificare effetti causali. Queste metodologie sono state impiegate (nei limiti della disponibilità dei dati a disposizione) anche per cercare di capire l'impatto sulla crescita esercitato dagli investimenti in infrastrutture. I risultati sono abbastanza concordi nel riconoscere un effetto positivo. Per il nostro paese, uno studio della Banca d'Italia mostra che gli investimenti pubblici in capitale hanno determinato un incremento del Pil sia nelle regioni del Nord che in quelle del Sud Italia.
Detto questo, però, si apre un'altra questione. Non basta individuare la strada da percorrere, bisogna anche saperla percorrere. Il beneficio che deriva da risorse mal spese non può essere molto grande e la produttività marginale degli investimenti pubblici in capitale al Sud è inferiore rispetto al Nord. Inutile dirlo, il Mezzogiorno è in parte responsabile dei suoi ritardi. Scegliere però di ridurre la spesa piuttosto che agire in maniera ferma per combattere i fattori che la rendono inefficiente significa rinunciare al Sud, considerarlo come causa persa. È perciò un bene che il Mezzogiorno sia tornato nel dibattito politico, che Matteo Renzi ne parli nei suoi discorsi.
Le parole servono, ma probabilmente non bastano. Alcune recenti scelte, tra le quali spiccano il contratto di programma tra il ministero dei Trasporti e la Rete delle ferrovie italiane (Rfi) e il piano degli investimenti per la banda ultralarga, dimostrano un consolidamento della tendenza a impegnare più risorse laddove si ritiene maggiore la produttività e più brevi i tempi di risposta. Una prassi che però rischia di aumentare ulteriormente il divario tra le due aree del paese.
Sull'efficienza della spesa, certamente, al Sud tocca fare la sua parte, anche attraverso una più accurata selezione della sua classe dirigente, che deve essere più responsabile e più svincolata da eventuali logiche clientelari. Il governo centrale, però, ha il dovere di rendere più incisivo l'impegno nella lotta a quei fenomeni di illegalità diffusa, quali corruzione e criminalità organizzata, che costituiscono un serio ostacolo a qualunque processo di crescita. Al Sud come nel resto del paese.

Natale Martucci
06/09/2016
http://www.lavoce.info


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martedì 6 dicembre 2016

Governo Renzi

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell'aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferroviegrazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l'esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano "Connecting Europe Facility" (Meccanismo per collegare l'Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L'Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l'ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamentoitaliano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

–Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d'Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l'istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l'evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan "Prima il Nord".

Flavia Sorrentino
http://www.unionemediterranea.info/notizie/rottamatore-rottamato-dal-sud/

martedì 2 agosto 2016

L'anniversario dei martiri di Pietrarsa e le strumentali polemiche in Rete

di Gigi Di Fiore

Ancora sull'eccidio di Pietrarsa, perché il 6 agosto si avvicina e perché si continuano a leggere in Rete interventi risibili, che ignorano completamente i documenti sulla vicenda, probabilmente per difendere qualche interesse pseudoaccademico. Ancora sull'eccidio di Pietrarsa, di cui ricorrono tra pochi giorni i 153 anni. Ancora sull'eccidio di Pietrarsa perché è storia d'Italia e dei metodi utilizzati per farla diventare Nazione.

Su quegli operai uccisi durante il primo sciopero dell'Italia unita il 6 agosto 1863, lo scorso dicembre c'è stata una prima iniziativa toponomastica con una strada intitolata ai "Martiri di Pietrarsa" nel comune di San Giorgio a Cremano. Iniziativa analoga ha avviato il comune di Napoli. Su quelle proteste, gli incidenti, l'arrivo dei bersaglieri che spararono sugli operai, chiamati dall'imprenditore Jacopo Bozza che si era aggiudicata la svendita governativa, ho già scritto tanto. Anche della concessione dello stabilimento ottenuta da Bozza per 20 anni con canone di appena 46.000 lire. Qui, voglio accennare alle premesse di quel 6 agosto.

L'orgoglio dell'industria siderurgica meridionale, lo stabilimento voluto dal re Ferdinando II di Borbone per realizzare materia prima e carrozze ferroviarie ebbe, subito dopo l'unificazione, destino segnato. C'è chi continua a sostenere: quell'azienda era tenuta in piedi dalle commesse statali e dagli aiuti del governo borbonico, non era competitiva e quindi, in un mercato capitalistico, doveva "giustamente" chiudere.

Cinismo di chi nulla sa di politiche governative, di teorie keynesiane da applicare all'economia politica. Che dimentica, ad esempio, come gli incentivi governativi, con sconti sostanziosi, furono pensati, in anni recenti, per l'acquisto di auto in grado di aiutare la Fiat di Torino. Chi ignora come la politica economica è sempre una scelta e che, nella nostra storia, ha spesso seguito interessi dei più forti. Come per Pietrarsa.

Già, perchè, come i tanti ignoranti della Rete continuano a non sapere, le premesse del deprezzamento furono commesse del valore di 5.500.000 lire già decise, per realizzare linee ferroviarie su cui ci sarebbe stato bisogno di acquistare 21 locomotive, 210 altri veicoli e 100 vagoni per trasposto materiale. Acquisti per linee, naturalmente, di collegamento nel centro-nord. Acquisti che facevano gola. Era l'Ansaldo di San Pier d'Arena la concorrente diretta di Pietrarsa. La scelta fu affidata ad uno studio dell'ingegnere piemontese Sebastiano Grandis.

Doveva decidere chi dovesse restare a proprietà pubblica e chi invece poteva essere svenduto. Naturalmente, l'ingegnere scelse l'Ansaldo e non perché Pietrarsa non fosse competitiva nell'apparato produttivo e nelle capacità degli operai. La motivazione fu la vicinanza geografica maggiore ai cantieri ferroviari. Scelte, che nei primi anni di Italia unita portarono a decidere 6 opere ferroviarie al centro-nord e solo 2 al sud. Colpa dei meridionali? Nel 1863 l'Italia era unita, evidentemente gli interessi forti già risiedevano altrove.

Strada in discesa per l'Ansaldo, tutta in salita per Pietrarsa. Svenduto lo stabilimento, anche dopo una feroce campagna di stampa che tese a svilirne la produttività, privato di commesse pubbliche a vantaggio dell'azienda ligure, il gioiellino delle ex Due Sicilie fu destinato a vivacchiare per qualche anno, tra alti e bassi, riduzione di personale e incapacità gestionali. La protesta operaia del 6 agosto 1863 fu l'effetto diretto, dunque, di scelte politiche del Parlamento e del governo unitario di Torino.

Una pagina di storia che, chissà perché, dà fastidio a qualcuno che non si è preso la briga di consultare atti parlamentari e governativi, contratti, giornali dell'epoca, archivi. Così è, soprattutto in Rete dove la passiva ignoranza per spirito polemico impera. Ma la storia, senza tener conto dei documenti a disposizione, è pura invenzione. Molti, purtroppo, lo dimenticano.


Giovedì 28 Luglio 2016, 11:15
http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/martiridipietrarsa-1881617.html

domenica 8 maggio 2016

Così i soldi del Mezzogiorno salveranno le banche del Nord

di Mariarosaria Marchesano

Il tracollo e la vendita del Banco di Napoli fu un terremoto per il Mezzogiorno. Un male necessario, si disse. Su quelle ceneri nacque la Sga, Società per la gestione delle attività con sede a Napoli e 70 dipendenti, la quale rilevò dal Banco circa 6,4 miliardi di euro crediti inesigibili o incagliati, che rappresentavano il "buco", il motivo stesso del fallimento di una delle più antiche istituzioni creditizie d'Italia, con alle spalle una storia di 500 anni. Il 31 dicembre 2016 la Sga compie 20 anni e, come risulta dai bilanci, è riuscita a recuperare oltre il 90% di quei crediti che, forse, tanto inesigibili non erano. In altre parole, il crack del Banco ha restituito, fino ad oggi, quasi 6 miliardi di euro. Una cifra destinata ad aumentare visto che all'appello mancano ancora 4-5 mila pratiche che si annunciano redditizie, come sottolinea l'ad Roberto Romagnoli, successore di Marcello Valignani che si è dimesso un paio di anni fa. Ma non basta. La Sga ha anche accumulato un "tesoro" di oltre 600 milioni di euro, riserve di utili che si sono formate in tutti questi anni grazie proprio all'attività di recupero e gestione dei crediti deteriorati. Dopo i primi cinque anni in perdita, la Sga, a partire dall'esercizio 2003, ha cominciato a macinare profitti. Di tale ammontare, 430 milioni è la liquidità attualmente investita in titoli di stato ed è praticamente disponibile, come risulta dal bilancio 2014. Lo sa bene il governo di Matteo Renzi che su questa liquidità ha messo gli occhi da tempo per sostenere il suo programma di aiuti alle banche in difficoltà. Dunque, con la ricchezza accumulata grazie alla gestione dei crediti problematici della prima banca del Mezzogiorno, si andranno a sostenere le banche in crisi del Paese. Quando si dice l'oro di Napoli (…).

Per approfondire:
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/economia/16_maggio_07/cosi-soldi-mezzogiorno-salveranno-banche-nord-9df89afc-142b-11e6-bf32-e8185cc2b29c.shtml