giovedì 9 marzo 2017

Nord e Sud divisi anche dalle infrastrutture

Calano gli investimenti a Sud

Il disastro ferroviario tra Corato e Andria di metà luglio ha drammaticamente portato sulle prime pagine dei giornali un aspetto del divario Nord-Sud spesso trascurato, quello nella dotazione infrastrutturale. Le differenze sono riassunte nell'indice di dotazione fisica di infrastrutture, elaborato dall'Istituto Guglielmo Tagliacarne: nel 2009 per il Sud era pari a poco più di 80 contro una media di oltre 110 per il Centro-Nord. A partire dal 1992, si è assistito a un ridimensionamento dei flussi di investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno (si veda grafico) che ha riguardato anche quelle di tipo "sociale", principalmente per scuole e ospedali.

Figura 1 – Investimenti in opere pubbliche, milioni di euro 2005

 

Fonte: Rapporto Svimez 2014

Il processo che ha portato all'impoverimento della dotazione infrastrutturale del Sud è incominciato da molto tempo, ma l'attenzione dei media e del dibattito politico si è concentrata a lungo sulle grandi opere. Poca attenzione è stata invece dedicata al deterioramento delle "infrastrutture di base", quali strade, reti ferroviarie, scuole, ospedali. Basta dire che oggi al Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia (rapporto Pendolaria 2015, Legambiente), con un'età media dei convogli nettamente superiore a quella del Nord (20,4 anni contro 16,6) e che Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni con la peggiore qualità degli edifici scolastici.

Le cause e gli effetti

Un aspetto interessante del divario infrastrutturale è che a differenza del gap in termini di Pil, condizioni di salute o stato di povertà, è interpretabile non solo come un effetto, ma anche come una causa della mancata crescita del Mezzogiorno. Le ragioni teoriche possono essere molteplici. Ad esempio, una buona dotazione di infrastrutture riduce i costi fissi delle imprese favorendo sia l'incremento dei volumi di produzione di quelle già presenti sul territorio sia la localizzazione di nuove aziende. Inoltre, secondo la Nuova geografia economica, i miglioramenti infrastrutturali possono influenzare la concentrazione spaziale delle attività economiche e rendere i mercati locali più accessibili.
La distinzione tra cause ed effetti è cruciale. Si possono curare gli effetti solo se si conoscono le cause. Tuttavia, non sempre è facile distinguere le une dalle altre. Ad esempio, le cattive ferrovie del Sud Italia potrebbero non esercitare alcun impatto sul processo di crescita, ma semplicemente concorrere a descrivere il particolare stato di sviluppo che caratterizza quel territorio. Si tratta di una questione ben nota agli economisti, che negli ultimi anni si sono sforzati di utilizzare (e sviluppare) tecniche che consentono di identificare effetti causali. Queste metodologie sono state impiegate (nei limiti della disponibilità dei dati a disposizione) anche per cercare di capire l'impatto sulla crescita esercitato dagli investimenti in infrastrutture. I risultati sono abbastanza concordi nel riconoscere un effetto positivo. Per il nostro paese, uno studio della Banca d'Italia mostra che gli investimenti pubblici in capitale hanno determinato un incremento del Pil sia nelle regioni del Nord che in quelle del Sud Italia.
Detto questo, però, si apre un'altra questione. Non basta individuare la strada da percorrere, bisogna anche saperla percorrere. Il beneficio che deriva da risorse mal spese non può essere molto grande e la produttività marginale degli investimenti pubblici in capitale al Sud è inferiore rispetto al Nord. Inutile dirlo, il Mezzogiorno è in parte responsabile dei suoi ritardi. Scegliere però di ridurre la spesa piuttosto che agire in maniera ferma per combattere i fattori che la rendono inefficiente significa rinunciare al Sud, considerarlo come causa persa. È perciò un bene che il Mezzogiorno sia tornato nel dibattito politico, che Matteo Renzi ne parli nei suoi discorsi.
Le parole servono, ma probabilmente non bastano. Alcune recenti scelte, tra le quali spiccano il contratto di programma tra il ministero dei Trasporti e la Rete delle ferrovie italiane (Rfi) e il piano degli investimenti per la banda ultralarga, dimostrano un consolidamento della tendenza a impegnare più risorse laddove si ritiene maggiore la produttività e più brevi i tempi di risposta. Una prassi che però rischia di aumentare ulteriormente il divario tra le due aree del paese.
Sull'efficienza della spesa, certamente, al Sud tocca fare la sua parte, anche attraverso una più accurata selezione della sua classe dirigente, che deve essere più responsabile e più svincolata da eventuali logiche clientelari. Il governo centrale, però, ha il dovere di rendere più incisivo l'impegno nella lotta a quei fenomeni di illegalità diffusa, quali corruzione e criminalità organizzata, che costituiscono un serio ostacolo a qualunque processo di crescita. Al Sud come nel resto del paese.

Natale Martucci
06/09/2016
http://www.lavoce.info


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martedì 6 dicembre 2016

Governo Renzi

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell'aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferroviegrazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l'esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano "Connecting Europe Facility" (Meccanismo per collegare l'Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L'Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l'ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamentoitaliano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

–Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d'Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l'istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l'evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan "Prima il Nord".

Flavia Sorrentino
http://www.unionemediterranea.info/notizie/rottamatore-rottamato-dal-sud/

martedì 2 agosto 2016

L'anniversario dei martiri di Pietrarsa e le strumentali polemiche in Rete

di Gigi Di Fiore

Ancora sull'eccidio di Pietrarsa, perché il 6 agosto si avvicina e perché si continuano a leggere in Rete interventi risibili, che ignorano completamente i documenti sulla vicenda, probabilmente per difendere qualche interesse pseudoaccademico. Ancora sull'eccidio di Pietrarsa, di cui ricorrono tra pochi giorni i 153 anni. Ancora sull'eccidio di Pietrarsa perché è storia d'Italia e dei metodi utilizzati per farla diventare Nazione.

Su quegli operai uccisi durante il primo sciopero dell'Italia unita il 6 agosto 1863, lo scorso dicembre c'è stata una prima iniziativa toponomastica con una strada intitolata ai "Martiri di Pietrarsa" nel comune di San Giorgio a Cremano. Iniziativa analoga ha avviato il comune di Napoli. Su quelle proteste, gli incidenti, l'arrivo dei bersaglieri che spararono sugli operai, chiamati dall'imprenditore Jacopo Bozza che si era aggiudicata la svendita governativa, ho già scritto tanto. Anche della concessione dello stabilimento ottenuta da Bozza per 20 anni con canone di appena 46.000 lire. Qui, voglio accennare alle premesse di quel 6 agosto.

L'orgoglio dell'industria siderurgica meridionale, lo stabilimento voluto dal re Ferdinando II di Borbone per realizzare materia prima e carrozze ferroviarie ebbe, subito dopo l'unificazione, destino segnato. C'è chi continua a sostenere: quell'azienda era tenuta in piedi dalle commesse statali e dagli aiuti del governo borbonico, non era competitiva e quindi, in un mercato capitalistico, doveva "giustamente" chiudere.

Cinismo di chi nulla sa di politiche governative, di teorie keynesiane da applicare all'economia politica. Che dimentica, ad esempio, come gli incentivi governativi, con sconti sostanziosi, furono pensati, in anni recenti, per l'acquisto di auto in grado di aiutare la Fiat di Torino. Chi ignora come la politica economica è sempre una scelta e che, nella nostra storia, ha spesso seguito interessi dei più forti. Come per Pietrarsa.

Già, perchè, come i tanti ignoranti della Rete continuano a non sapere, le premesse del deprezzamento furono commesse del valore di 5.500.000 lire già decise, per realizzare linee ferroviarie su cui ci sarebbe stato bisogno di acquistare 21 locomotive, 210 altri veicoli e 100 vagoni per trasposto materiale. Acquisti per linee, naturalmente, di collegamento nel centro-nord. Acquisti che facevano gola. Era l'Ansaldo di San Pier d'Arena la concorrente diretta di Pietrarsa. La scelta fu affidata ad uno studio dell'ingegnere piemontese Sebastiano Grandis.

Doveva decidere chi dovesse restare a proprietà pubblica e chi invece poteva essere svenduto. Naturalmente, l'ingegnere scelse l'Ansaldo e non perché Pietrarsa non fosse competitiva nell'apparato produttivo e nelle capacità degli operai. La motivazione fu la vicinanza geografica maggiore ai cantieri ferroviari. Scelte, che nei primi anni di Italia unita portarono a decidere 6 opere ferroviarie al centro-nord e solo 2 al sud. Colpa dei meridionali? Nel 1863 l'Italia era unita, evidentemente gli interessi forti già risiedevano altrove.

Strada in discesa per l'Ansaldo, tutta in salita per Pietrarsa. Svenduto lo stabilimento, anche dopo una feroce campagna di stampa che tese a svilirne la produttività, privato di commesse pubbliche a vantaggio dell'azienda ligure, il gioiellino delle ex Due Sicilie fu destinato a vivacchiare per qualche anno, tra alti e bassi, riduzione di personale e incapacità gestionali. La protesta operaia del 6 agosto 1863 fu l'effetto diretto, dunque, di scelte politiche del Parlamento e del governo unitario di Torino.

Una pagina di storia che, chissà perché, dà fastidio a qualcuno che non si è preso la briga di consultare atti parlamentari e governativi, contratti, giornali dell'epoca, archivi. Così è, soprattutto in Rete dove la passiva ignoranza per spirito polemico impera. Ma la storia, senza tener conto dei documenti a disposizione, è pura invenzione. Molti, purtroppo, lo dimenticano.


Giovedì 28 Luglio 2016, 11:15
http://www.ilmattino.it/blog/controstorie/martiridipietrarsa-1881617.html

domenica 8 maggio 2016

Così i soldi del Mezzogiorno salveranno le banche del Nord

di Mariarosaria Marchesano

Il tracollo e la vendita del Banco di Napoli fu un terremoto per il Mezzogiorno. Un male necessario, si disse. Su quelle ceneri nacque la Sga, Società per la gestione delle attività con sede a Napoli e 70 dipendenti, la quale rilevò dal Banco circa 6,4 miliardi di euro crediti inesigibili o incagliati, che rappresentavano il "buco", il motivo stesso del fallimento di una delle più antiche istituzioni creditizie d'Italia, con alle spalle una storia di 500 anni. Il 31 dicembre 2016 la Sga compie 20 anni e, come risulta dai bilanci, è riuscita a recuperare oltre il 90% di quei crediti che, forse, tanto inesigibili non erano. In altre parole, il crack del Banco ha restituito, fino ad oggi, quasi 6 miliardi di euro. Una cifra destinata ad aumentare visto che all'appello mancano ancora 4-5 mila pratiche che si annunciano redditizie, come sottolinea l'ad Roberto Romagnoli, successore di Marcello Valignani che si è dimesso un paio di anni fa. Ma non basta. La Sga ha anche accumulato un "tesoro" di oltre 600 milioni di euro, riserve di utili che si sono formate in tutti questi anni grazie proprio all'attività di recupero e gestione dei crediti deteriorati. Dopo i primi cinque anni in perdita, la Sga, a partire dall'esercizio 2003, ha cominciato a macinare profitti. Di tale ammontare, 430 milioni è la liquidità attualmente investita in titoli di stato ed è praticamente disponibile, come risulta dal bilancio 2014. Lo sa bene il governo di Matteo Renzi che su questa liquidità ha messo gli occhi da tempo per sostenere il suo programma di aiuti alle banche in difficoltà. Dunque, con la ricchezza accumulata grazie alla gestione dei crediti problematici della prima banca del Mezzogiorno, si andranno a sostenere le banche in crisi del Paese. Quando si dice l'oro di Napoli (…).

Per approfondire:
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/economia/16_maggio_07/cosi-soldi-mezzogiorno-salveranno-banche-nord-9df89afc-142b-11e6-bf32-e8185cc2b29c.shtml

sabato 19 marzo 2016

LA PIÙ GRAVE MINACCIA PER NAPOLI NON È IL VESUVIO MA L’ITALIA

1973. Una partita di cozze avariate provenienti dalla Tunisia invade l'Europa e causa un'epidemia di colera che coinvolge molte città del Mediterraneo dove è per tradizione elevato il consumo di mitili. Casi di contagio si verificano a Napoli ma anche in città come Bari, Palermo, Barcellona, Marsiglia.
A Napoli parte una colossale operazione di profilassi con la collaborazione della cittadinanza (chi c'era lo ricorderà bene) che durerà due mesi (agosto e settembre) e che porterà l' Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare risolta l'epidemia in città nel mese di ottobre. A Barcellona, tanto per dire, l'OMS fece la stessa dichiarazione soltanto due anni dopo. Eppure, grazie ai media italiani, quell'evento è passato alla storia cone il colera a Napoli. E il marchio di infamia permane tuttora sulla pelle dei cittadini. La conseguenza della campagna stampa fu che Napoli scomparì dalle mappe del turismo per qualche decennio a causa dell'immagine della città che era stata iniettata nell'opinione pubblica.

2013. L'Espresso pubblica un rapporto della Nato che tecnici accreditati hanno giudicato sproporzionato. Gli americani nel documento tracciano una irreale mappa del pericolo indicando le zone dove sarebbe concentrato il rischio invitando il proprio personale ad evitarle.
Per oltre 20 anni aziende del nord, per abbattere i costi dello smaltimento legale, hanno fatto accordi con la camorra per sversare nelle terre della Campania Felix (la terra più fertile al mondo che consente 4 raccolti all'anno) milioni di tonnellate di rifiuti tossici di natura industriale con il terrore di inquinamento delle falde. Tecnici ed analisti dell'azienda idrica comunale insorgono garantendo che l'acqua napoletana è la più analizzata d'Italia e la migliore tra quelle erogate dalle città italiane.

2016. Riprende la guerra di camorra in città. Lo stato non riesce a garantire la legalità. In realtà non ha interesse a combattere il degrado di alcuni quartieri con tassi elevatissimi di disoccupazione, evasione scolastica etc… abbandonando la popolazione nelle mani della criminalità. La camorra svolge la funzione di controllo sociale per supplire alla mancanza di politiche sociali, della scuola e del lavoro di esclusiva pertinenza della stato completamente assente. Del resto cosa potrebbe accadere se centinaia di migliaia di persone non trovassero nella camorra l'opportunità di attività illegali che garantiscano la sussistenza delle loro famiglie? Quale pressione sociale si produrrebbe in quei quartieri degradati? L'accordo tra lo stato che si limita a rappresentazioni teatrali con l'invio dell'esercito senza minimamente affrontare il problema alla radice e la criminalità cui sono stati ceduti pezzi di territorio nei quali offre risposte alla popolazione che lo stato italiano si rifiuta di prendere in considerazione è evidente a chi ha occhi per vedere e non per leggere i giornali. Diversamente infatti lo stato sarebbe costretto ad effettuare importanti investimenti contraddicendo il proprio comportamento tenuto per tutti i 155 anni della Malaunità.

Potete fare le copertine che volete e scaricare la colpa sui napoletani ma il vero pericolo, la minaccia e la causa di tutti i problemi per Napoli e per il suo popolo è l'Italia.

Attilio Fioritti

http://www.unionemediterranea.info/notizie/la-piu-grave-minaccia-napoli-non-vesuvio-litalia/

Inviato dal mio dispositivo Huawei

sabato 27 febbraio 2016

LETTERA A BALLARO' / Flavia Sorrentino: Caro Giannini, vogliamo par condicio per le voci meridionaliste

Pubblico la lettera che Flavia Sorrentino, portavoce del movimento Meridionalista MO', ha inviato al conduttore di Ballarò Massimo Giannini, dopo l'ultima faziosa puntata del programma.

Spett. Massimo Giannini,

se le scrivo è perchè non sopporto l'idea di restare in silenzio dopo quanto visto a Ballarò nella puntata del 23/02/2016, ad apertura della quale è stato affrontato il tema della criminalità a Napoli.

Sarò diretta: sono stufa di sentir parlare del Sud e di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, sempre in chiave fatalistica e negativa, come un posto dove si vive solo di miseria e tutto è abbandonato a se stesso, all'incuria e alla malavita. Io difendo chi fa inchiesta, chi porta alla luce disagi e problemi, ma per denunciare chi ne ha le responsabilità e dire a chiare lettere cosa o chi alimenta il fenomeno criminale.

Andrebbe specificato che se la criminalità è così predominante in taluni contesti, è perchè è riuscita a sostituirsi al potere statale nell'erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, al punto di realizzare un'economia parallela che tiene a freno il tappo della disperazione: la grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell'aumento della malavita, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

"Come si vive a Gomorra?" o "Questa è la fotografia di Napoli!", sono ottimi titoli da prima pagina, ma suggeriscono pericolosamente a chi guarda e ascolta, che non esistono realtà diverse dal crimine e offrono una giustificazione a posteriori, alle dichiarazioni del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale la camorra è un elemento costitutivo della città, una sorta di predisposizione endemica ed ineluttabile alla delinquenza, che esiste ed è una piaga sociale, ma che di certo non può essere analizzata come un fatto genetico o etnico dei napoletani.

Nessuno in studio che abbia dato realmente voce alla Napoli che non entra mai nelle case degli italiani. Da una parte Antonio Bassolino, candidato alle primarie del PD per la corsa a Palazzo San Giacomo, al quale non è stata fatta nemmeno una domanda sul suo operato di amministratore politico quando la città annegava nell'emergenza rifiuti ed era vittima con la Campania di uno spietato sistema di affarismo imprenditoriale e criminale; dall' altra Valeria Ciarambino del M5s, in contrasto per ovvia posizione con Renzi, anche se il suo Movimento in Parlamento non si oppone mai alle scelte anti-meridionali dell'esecutivo.

Mi sarebbe piaciuto che le telecamere di Ballarò fossero andate a chiedere conto al Ministro dell'interno Angelino Alfano su come mai non si è mai visto alla testa dei cortei, accanto alla gente che scende in piazza, al di là dei luoghi comuni sull'omertà, per gridare tutta la propria rabbia contro la camorra. Mi sarebbe piaciuto se foste andati da Matteo Renzi a chiedere che fine ha fatto il Masterplan per il Sud e perchè questo Governo utilizza per il bonus occupazione previsto nella Legge di stabilità 2016, ben 2 miliardi di Fondi PAC del Sud, per agevolare l'occupazione lavorativa al Nord, quando a Napoli e in tutto il Mezzogiorno si muore di disperazione, disoccupazione e desertificazione industriale.

Sulle pagine de "Il Mattino" il giorno 15/02/2016 a cura di Marco Esposito, è uscito un articolo sui finanziamenti ferroviari del Governo al Sud (appena 400 milioni di euro contro 9 miliardi al centro-Nord), l'ennesimo di una lunga serie che denunciano tagli indecenti alla sanità, all'università, agli asili, agli investimenti nel Mezzogiorno. Mi piacerebbe capire perchè nelle trasmissioni nazionali, a partire da quella che Lei conduce, non viene mai invitato chi rappresenta politicamente le istanze del Sud, per offrigli la possibilità di smentire con dati ed argomentazioni, la retorica sul Mezzogiorno quale inguaribile palla al piede del Paese, mentre il pensiero leghista di Salvini sovrasta i salotti televisivi.

Quando Roberto Saviano in collegamento, afferma che non esiste nessun nuovo percorso per la salvezza del Sud, racchiude in breve il messaggio che passa quando si usano definizioni come: "Questa è Napoli" e cioè una città senza futuro dove tutti quelli che restano, presumibilmente i peggiori, sopravvivono "nella terra di Gomorra". Così si chiude il cerchio dell'informazione italiana, ma non della realtà.

C'è un sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato ed autonomo.
C'è una città, Napoli, che nonostante le continue discriminazioni, resiste e tesse la tela del cambiamento. Ecco perchè andrebbe sottolineato, con forza e contro corrente, che quella mostrata nel piccolo schermo è la parte di una verità più grande, fatta di donne ed uomini coraggiosi, che senza Stato e senza scorta questa terra ogni giorno la onorano, la vivono e la amano. Perchè la verità è tale, solo se raccontata tutta.

Distinti saluti.

Flavia Sorrentino

sabato 5 dicembre 2015

Sicilia zavorra d’Italia? E’ l’esatto contrario. La bufala di Libero

Pur di andare contro la Sicilia, il quotidiano Libero, diretto da Maurizio Belpietro, non ha esitato a contraddire persino la Corte dei Conti che, nella relazione annuale di 'parifica' del Bilancio della Regione siciliana scrive l'esatto contrario. E' disinformazione o ignoranza? 

Egregio direttore di Libero, Maurizio Belpietro,

non le sarà parso vero di potere per l'ennesima volta "sbattere il mostro in prima pagina", presentando la Sicilia come la sentina di tutti i vizi nazionali, come la "Grecia d'Italia", come se la Grecia fosse pienamente responsabile, e non vittima, dell'usura della Trojka, dando la solita colpa alla solita Autonomia che esiste solo nella fantasia degli Italiani, i quali pensano che in virtù di essa tonnellate di miliardi varchino ogni anno lo Stretto a nostro favore e che, nonostante ciò, facciamo miliardi su miliardi di debito, incapaci di amministrare alcunché.

No, questa volta, Belpietro ha toppato alla grande. Avrebbe fatto meglio a non pubblicare un articolo tanto falso e tendenzioso, perché adesso le si rivolterà contro, e questa volta non soltanto a Lei, ma anche a tutti quelli che, da anni, spargono questa falsità a piene mani a telecamere riunite, colpendo la Sicilia tenendole le mani legate dietro la schiena, pensando che nessuno reagisca.

Questa volta ha sbagliato indirizzo, Belpietro, e ce ne deve dare atto. Si è chiesto perché gli altri giornali italiani si sono guardati dal dare questa notizia? Sono stati più accorti di lei, meno superficiali, hanno sentito puzza di bruciato per lo Stato, e hanno preferito tacere. Lei ha preso una cantonata non solo perché il paragone con la Grecia è sballato. Se è per questo la Grecia, vittima dell'usura europea, sarà forse sì paragonabile alla Sicilia, ma con la piccola particolarità che da noi l'usura veste i panni del tricolore italico, con la piccola particolarità che qui (cito la Corte dei Conti come potete leggere qui) è la "sleale collaborazione" dello Stato a causare il dissesto della Sicilia, della sua Regione, dei suoi Comuni, e quindi delle sue imprese e, in ultimo, delle sue famiglie.

Una sleale collaborazione, nella più svantaggiata delle proprie regioni, che grida vendetta, perché perpetrata contro quelli che in teoria sono i propri concittadini. Altro è l'egoismo di Schaeuble contro i Greci, a un certo punto per lui stranieri. Altro è il cinismo spietato dello Stato italiano che si paga le campagne elettorale degli 80 euro a spese della Sicilia e che scarica sempre sulla Sicilia, fino a che possibile, oltre al possibile, il proprio dissesto. Un atteggiamento irresponsabile del quale la Sicilia, se fosse adeguatamente rappresentata, dovrebbe chiedere giustizia nei Tribunali internazionali o alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

Ha preso una cantonata, egregio direttore di Libero, soprattutto perché lei, quella relazione, probabilmente non l'ha neanche letta, e se l'ha letta, evidentemente non l'ha capita, o ha fatto finta di non capirla. Ma sì… Parliamo male dei Siciliani, chi vuoi che reagisca? E invece noi reagiamo, perché sappiamo leggere. E leggiamo che lo Stato "nega alla Sicilia le somme dovute per Statuto, ignora le sentenze della Corte costituzionale, interviene pesantemente ai danni della Sicilia nelle manovre finanziarie nazionali".

Lungi da noi difendere Crocetta, e gli altri collaborazionisti, che questo 'sacco' hanno consentito, mettendo finanche la loro firma personale. Qui è in gioco la difesa della Sicilia in quanto tale, sulla quale non possiamo tacere. L'Agenzia delle Entrate, che per Statuto dovrebbe dipendere dalla Regione e che invece prende ordini dallo Stato, ha sottratto e dirottato, senza neanche dare comunicazione alla Regione, la bella cifra di più di mezzo miliardo di euro, scippato così, senza tanti complementi, operando un'illegittima "compensazione per cassa" (le nostre citazioni sono della Corte dei Conti non di qualche visionario sicilianista).

Da anni chi scrive obietta che il calcolo del gettito del reddito d'impresa maturato in Sicilia e riscosso altrove non è mai stato fatto correttamente. Ora la Corte dà ragione a questa interpretazione, sostanzialmente ritenendo ridicola somma quantificata per il 2014 (50 milioni), quando solo il Banco di Sicilia, quando era autonomo, fruttava alla Regione di tributi una somma di sei volte superiore. E per di più questa somma, ridicola, irrisoria e offensiva, non è stata nemmeno assegnata alla Regione, ma solo riconosciuta sulla carta. Stiamo parlando di un furto annuale ai danni della Regione di diversi miliardi di euro, all'incirca 4 miliardi: 4 miliardi di imposte siciliane, maturate in Sicilia, frutto del lavoro dei Siciliani, e dirottate a Roma. La Corte dei Conti certifica che il concorso alla finanza statale, superiore a un miliardo per il solo 2014, non ha copertura finanziaria, perché lascia la Regione incapace di far fronte ai servizi di cui deve farsi carico per Statuto. In pratica, la Corte dice quello che noi diciamo da sempre: lo Stato lascia le funzioni pubbliche, e quindi le spese, alla Regione e ai Comuni, e si porta a casa le risorse tributarie, come un brigante aggiungiamo ora.

Belpietro ricorda che i dipendenti della Regione costano un miliardo l'anno, ma dimentica di dire che questo è dovuto al fatto che i Siciliani, i dipendenti pubblici, se li pagano da soli, e quindi li mettono a carico della Regione, a differenza di quanto accade in Italia. Questo vecchio argomento, trito e ritrito, falso e tendenzioso, lo sentiamo ogni giorno. Come lo dobbiamo spiegare che da noi gli statali sono regionali? Come ve lo dobbiamo spiegare che, se sono regionali, ce li paghiamo noi, e quindi lo Stato ci guadagna pure. Niente, non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.

La Corte denuncia lo scandalo della rinuncia al gettito derivante dal contenzioso con lo Stato, imposta da Roma e supinamente accettata dalla Presidenza della Regione siciliana di Rosario Crocetta. Solo solo le somme legate all'aumento dell'accisa sui carburanti hanno fruttato una perdita certa superiore ai 200 milioni l'anno, e - se contiamo tutto, tra residui attivi verso lo Stato illegittimamente cancellati e contenziosi cui la Regione ha rinunciato - siamo oltre i 10 miliardi! Siamo oltre alla cifra che in Grecia sta facendo esplodere l'euro, e la Sicilia, da sola, schiacciata e spremuta da Roma all'inverosimile, sta sopportando in silenzio questo genocidio. Ma di che parla, Belpietro, ma di che sta parlando?

Il debito è arrivato a 9 miliardi? A parte il fatto che, se fossimo uno Stato indipendente, sarebbe ancora poco più del 10 % del PIL, mentre l'Italia è oltre al 134 % (il bue che dice cornuto all'asino)… Ebbene, quel debito, imposto dall'Italia alla Sicilia è un debito immorale, e andrebbe ricusato. La Sicilia, privata delle sue entrate naturali, viene costretta a indebitarsi per tirare a campare. Uno di questi mutui, il primo da 1 miliardo, è stato imposto da Roma per pagare con prelazione le case farmaceutiche nazionali, con nessun ritorno sul territorio, imponendo al contempo un mutuo a tasso variabile più esoso di quelli che il FMI applica alla Grecia, costringendo una generazione intera di Siciliani ad una fiscalità di svantaggio permanente: ma di che stiamo parlando?

Articolo sostanzialmente non vero e di parte, quindi, quello pubblicato dal suo giornale. Ma c'è una novità, che Lei e altri in Italia devono sapere. E cioè che ora molti siciliani sanno, e si sono stufati, e sono pronti ad andarsene. Sì, questo razzismo colonialista ha fatto risorgere il Separatismo. Perché la Sicilia non ha alternativa, perché è l'Italia, fallita, la zavorra della Sicilia e non viceversa. Con chi ve la prenderete quando ce ne andremo? Si faccia spiegare da Bechis, che qualche anno fa fece sul suo giornale un bell'articolo sull'argomento, perché la Sicilia ha convenienza ad andarsene.

La Sicilia Grecia d'Italia? Sì, nel senso che al posto della Trojka che là succhia il sangue dei greci, qui abbiamo lo Stato italiano che si comporta esattamente allo stesso modo. Loro forse si sono liberati, speriamo che presto tocchi anche a noi.